I crediti di carbonio in giro per il mondo (e i guasti del capitalismo)

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Secondo un recente articolo del Corriere.it, dal 2001 nei paesi del Sud del mondo 227 milioni di ettari (una percentuale che copre buona parte dell’Europa occidentale) sono stati assegnati in concessione a società straniere per opere di riforestazione.

Secondo Matt Grainger della Ong Oxfam International (Organizzazione Non Governativa che opera nel campo dello sviluppo internazionale) i terreni, rimboschiti con pini ed eucalipti, potranno servire anche a vantare i carbon credit, i titoli generati a seguito dei processi per abbattere le emissioni di CO2 così come previsto dal Protocollo di Kyoto.

Il Protocollo prevede esplicitamente la possibilità, per un paese industrializzato o in transizione economica, di implementare progetti nei paesi in via di sviluppo allo scopo di abbattere la quota nazionale di emissioni producendo crediti spendibili dal paese organizzatore. Questo ha fatto partire la corsa indiscriminata all’accumulo dei crediti di carbonio là dove un progetto di carbon sink costa meno: nel Sud del mondo.

Tutto bene, dunque? Non esattamente, dal momento che spesso i campi agricoli che diventano aree boschive servivano per la sussistenza di popolazioni ora costrette a spostarsi dalle grandi compagnie internazionali. La britannica New Forests Company, per esempio, è stata accusata dalla stessa Oxfam di provocare un potenziale disastro economico e sociale: pare infatti che nel solo Uganda il numero di persone costrette a lasciare i campi e la casa si aggiri attorno alle 20.000 unità.

La pratica di appropriarsi di terre, piante e risorse nel Sud del mondo non è purtroppo una novità, e numerosi sono i casi di “land grabbing“, di tentativi di brevettare il genoma delle piante autoctone e addirittura di utilizzo di piante del Sud del mondo nelle centrali a biomassa del Nord.

Questo è spesso possibile perché in vaste aree del mondo, come in Africa, i diritti sulla terra sono consuetudinari: non si basano cioè su una negoziazione e un contratto ma sono, come si direbbe in Europa, “acquisiti” (per esempio perché era la terra degli antenati) e questo ne facilita la sottrazione.

Allo stesso modo i diritti sono spesso collettivi: in conseguenza, prendere il controllo su un’area significa quasi invariabilmente allontanarne gli abitanti.

Che cosa ci dice questo meccanismo? Al di là dei richiami a un rapporto Nord-Sud che molti definiscono come neocolonialista, possiamo dire che il meccanismo dei carbon credit nel Sud del mondo mostra i rischi di un sistema capitalista, pur impegnato in un tentativo di arginare gli impatti climatici da lui stesso generati. L’antropologo David Harvey afferma che il sistema capitalista non risolve mai le sue crisi e i suoi guasti, semplicemente li sposta da una parte all’altra del pianeta (cosa che ora sta avvenendo con la crisi economica).

Il caso dei progetti di piantumazione ci dice anche altro, e cioè che il capitalismo sposta allo stesso modo anche le procedure di riparazione a quegli stessi guasti, utilizzando principalmente le grosse compagnie multinazionali, perché conviene economicamente.

La soluzione allora dove sta? Nell’avere il coraggio di invertire la rotta e di individuare soluzioni locali per problemi globali, nel perseguire obiettivi giusti e doverosi (come quelli stilati dal Protocollo di Kyoto) nel pieno rispetto dei diritti individuali e collettivi.

Perché nessun risultato sarà mai adeguatamente raggiunto, se pagato al prezzo dello sfruttamento della terra altrui e della sofferenza degli ultimi.

 

Stefano Pontiggia – Rete Clima®

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