Rete Clima https://www.reteclima.it Fri, 11 May 2018 06:59:34 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.6 Plastiche e microplastiche in Mari e Oceani: una infografica di sintesi https://www.reteclima.it/plastiche-microplastiche-mari-oceani-infografica-sintesi/ Sat, 28 Apr 2018 14:10:44 +0000 https://www.reteclima.it/?p=12806 Di seguito una infografica di sintesi circa l’attuale problema dell’enorme presenza di plastiche e microplastiche presenti in mari e oceani, una situazione che determina effetti negativi sull’intera catena alimentare marina e, in conseguenza, anche sull’uomo. (courtesy of: Custom Made) Inquinamento da plastiche e microplastiche nei Mari e negli Oceani: una infografica di sintesi Lo Staff […]

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Di seguito una infografica di sintesi circa l’attuale problema dell’enorme presenza di plastiche e microplastiche presenti in mari e oceani, una situazione che determina effetti negativi sull’intera catena alimentare marina e, in conseguenza, anche sull’uomo.

(courtesy of: Custom Made)

Inquinamento da plastiche e microplastiche nei Mari e negli Oceani: una infografica di sintesi

Lo Staff di Rete Clima®

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La forestazione urbana fa bene al territorio locale e al clima globale (e ottiene il patrocinio del Min. Ambiente) https://www.reteclima.it/forestazione-urbana-territorio-locale-ed-clima-globale-alberi-compensazione-co2-aziende-ed-enti-locali-patrocinio-del-ministero-dellambiente/ Wed, 18 Apr 2018 15:12:31 +0000 https://www.reteclima.it/?p=12777 Nell’ambito del Percorso emissioni CO2 zero® promosso da Rete Clima vengono realizzati progetti di nuova forestazione urbana nazionale, con finalità compensativa e di rinaturalizzazione territoriale. Queste attività forestali, che prevendono la posa e la manutenzione di alberi in Italia, generano molti benefici a livello ambientale, territoriale, climatico, ma anche di sensibilizzazione delle persone e delle […]

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Nell’ambito del Percorso emissioni CO2 zero® promosso da Rete Clima vengono realizzati progetti di nuova forestazione urbana nazionale, con finalità compensativa e di rinaturalizzazione territoriale.

Queste attività forestali, che prevendono la posa e la manutenzione di alberi in Italia, generano molti benefici a livello ambientale, territoriale, climatico, ma anche di sensibilizzazione delle persone e delle Aziende che coinvolgiamo concretamente nelle attività forestali.

Siamo quindi felici del fatto che, a partire dalla Campagna forestale della primavera 2018, il Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare abbia offerto il Patrocinio morale a questi nostri Progetti forestali, riconoscendo il nostro sforzo per la realizzazione di forestazione compensativa su suolo nazionale in forma concreta, efficace e…partecipata!

Dopo l’inserimento di questa nostra progettualità forestale quale “buona pratica” nel Portale GELSO (GEstione Locale per la SOstenibilità ambientale) di Ispra, questo nuovo riconoscimento ci sprona a fare sempre meglio per migliorare il territorio locale e contrastare il riscaldamento climatico globale, regalando alberi alle città italiane ed ai cittadini che in esse vivono.

Questa attività è stata recentemente arricchita dalla nuova partnership con un Ente importante dentro la filiera del verde nazionale, quale Assoflorolombardia, con cui svilupperemo progetti di nuova forestazione compensativa nazionale.

Assofloro Lombardia è infatti attiva a livello nazionale nella promozione di azioni tecniche e normative per la valorizzazione della filiera del verde, una azione intrinsecamente vicina alla mission del nostro Ente non profit.

A seguito la narrazione video dell’intervento di forestazione urbana realizzato a Milano nella primavera 2018, che ha visto la partecipazione di diverse Aziende ed anche del Dott. Massimiliano Atelli, Presidente del Comitato per lo sviluppo del verde pubblico del Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, in rappresentanza del Ministero stesso:


Qui il link ai progetti forestali nazionali promossi da Rete Clima.

Lo Staff di Rete Clima

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La resilienza delle Aziende ai cambiamenti climatici: aziende impreparate ai rischi climatici https://www.reteclima.it/la-resilienza-delle-aziende-ai-cambiamenti-climatici-aziende-impreparate-ai-rischi-climatici/ Tue, 20 Mar 2018 11:24:01 +0000 https://www.reteclima.it/?p=12742 Le aziende sono ancora impreparate ad affrontare i cambiamenti climatici: solo il 25% delle aziende intervistate ha investito su misure di adattamento o resilienza ai cambiamenti climatici, la medesima quota percentuale che già oggi riconosce evidenti gli impatti dei cambiamenti climatici sul proprio business aziendale. Analizzando poi la segmentazione del campione del sondaggio si rileva […]

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Le aziende sono ancora impreparate ad affrontare i cambiamenti climatici: solo il 25% delle aziende intervistate ha investito su misure di adattamento o resilienza ai cambiamenti climatici, la medesima quota percentuale che già oggi riconosce evidenti gli impatti dei cambiamenti climatici sul proprio business aziendale.
Analizzando poi la segmentazione del campione del sondaggio si rileva poi che il livello di attuazione di questo genere di azioni di adattamento/resilienza cresce al crescere della dimensione dell’Organizzazione.

Questo il cuore della recente ricerca “Le imprese sono sufficientemente resilienti ai cambiamenti climatici?” (download a seguito), curato dall’Ente di certificazione DNV GL in collaborazione con l’istituto di ricerca GFK Eurisko: lo studio ha coinvolto oltre 1.240 imprese in tutto il mondo, di cui 148 italiane, arrivando alla conclusione che la problematica del cambiamento climatico è oggi (in linea di massima) compresa ma non adeguatamente gestita.

A livello globale le criticità principali collegate ai cambiamenti climatici sono percepite collegate a: ondate di calore (per il 54,7% delle Organizzazioni intervistate), tempeste (per il 44,3% delle Organizzazioni) e inondazioni (per il 37,7% delle Organizzazioni):

Le azioni di mitigazione ed adattamento, quando attuate, sono state il più delle volte motivate da cause esterne, non riconducibili direttamente all’azienda stessa: circa il 50% degli interventi attuati sono stati mossi da leggi e regolamenti, seguiti da specifiche richieste dei clienti che hanno mosso il 43% degli interventi.

E in Italia?
Circa il 40% delle 148 aziende italiane coinvolte nella survey riconosce già gli effetti dei cambiamenti climatici su almeno una delle aree principali della propria attività (quali: operazioni, catena di fornitura o clienti e mercati) o se li aspetta nel breve termine, il 21% li sta già subendo in forma diretta, ma solo il 20% ha attivato politiche aziendali di resilienza o di adattamento al cambiamento climatico.

Tra i rischi legati al cambiamento climatico il 73% delle imprese italiane identifica come rischio primario l’innalzamento delle temperature e le ondate di calore, il 31% teme anche tempeste e siccità, seguito da alluvioni (29%), incendi (14%), innalzamento del livello medio del mare (12%), frane e smottamenti (11%) e acidificazione delle acque marine (5%).

Per le aziende italiane questi rischi climatici determinano impatti su asset (10% Italia vs 11% globale); operazioni (14% Italia vs 17% globale); catene di fornitura (9% Italia vs 12% globale); clienti e mercati (8% Italia vs 13% globale).

La quasi totalità delle aziende italiane che hanno attuato misure di adattamento o di resilienza al climate change prevede che queste azioni possano fornire diversi vantaggi: il 46% identifica come primo beneficio atteso il risparmio finanziario come beneficio più atteso, seguito dalla diminuzione degli incidenti ambientali e da una migliore relazione con le parti interessate (43%), un incremento del brand equity (36%), un vantaggio competitivo e una maggior soddisfazione degli azionisti (25%).

Dall’indagine emerge che ciò che invece frena le imprese nazionali dall’intraprendere azioni climate friendly è:
– la mancanza di consapevolezza (30%);
– l’idea che i cambiamenti climatici avranno un impatto limitato sulla propria
attività (36%);
– i costi per le azioni di adattamento (31%);
– la mancanza di incentivi (36%).

Luca Crisciotti, CEO di DNV GL – Business Assurance: “Le aziende stanno già constatando gli impatti dei cambiamenti climatici sulle loro operazioni o riconoscono un alto rischio per le imminenti conseguenze. Nonostante ciò, il nostro studio registra una mancanza di proattività, con una minoranza che agisce per adattarsi o aumentare la resilienza. Le aziende stanno sottovalutando quanto possano essere dirompenti gli impatti e quanto sia urgente affrontare questo problema?“.

E poi: “Sembra esserci confusione tra azioni di adattamento ai cambiamenti climatici e azioni di mitigazione. Gli sforzi di mitigazione sono cruciali per ridurre le emissioni di gas serra, ma da soli non consentiranno a un’azienda di adattarsi ai cambiamenti o di svilupparne resilienza. C’è, dunque, un enorme potenziale per accrescere e potenziare la consapevolezza e la preparazione nella gestione degli effetti dei cambiamenti climatici“.

I quali, vale la pena ricordare, si costituiscono come un rischio trasversale ad ogni settore produttivo sostanzialmente interessando, in forme ed in intensità differenti, tutte le aziende.

Lo Staff di Rete Clima®

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ISO 14064-1: Carbon footprint delle Organizzazioni (Inventario dei gas serra) https://www.reteclima.it/iso-14064-1-inventario-dei-gas-serra-delle-organizzazioni-ghg-carbon-footprint/ Sun, 11 Mar 2018 13:34:08 +0000 https://www.reteclima.it/?p=12657 L’International Standard Organization (ISO, il Sistema di normazione tecnica internazionale) ha da tempo sviluppato ed aggiornato lo standard ISO 14064 relativo alle emissioni ed assorbimenti dei gas ad effetto serra (GHG – GreenHouse Gases) delle Organizzazioni. Standard ISO 14064: valutazione, gestione e certificazione dei gas serra Lo standard ISO 14064 è composto da una famiglia […]

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L’International Standard Organization (ISO, il Sistema di normazione tecnica internazionale) ha da tempo sviluppato ed aggiornato lo standard ISO 14064 relativo alle emissioni ed assorbimenti dei gas ad effetto serra (GHG – GreenHouse Gases) delle Organizzazioni.

Standard ISO 14064: valutazione, gestione e certificazione dei gas serra

Lo standard ISO 14064 è composto da una famiglia di norme specificatamente rivolte alla:
* quantificazione e rendicontazione,
* riduzione ed assorbimento,
* validazione e verifica
delle asserzioni (dichiarazioni) volontarie relative alle emissioni di gas serra delle Organizzazioni.

Per “Organizzazioni” si può fare intendere sia Aziende o Strutture organizzative sovra-aziendali ma anche, in senso più ampio, singoli cantieri, siti produttivi, appalti,…etc.

Lo standard di cui alla norma ISO 14064 è composto di tre parti (normalmente utilizzate in forma separata):
* ISO 14064-1 (“Greenhouse gases – Part 1: Specification for the quantification, monitoring and reporting of project emissions and removals“), che specifica i requisiti di progettazione e sviluppo degli Inventari dei gas serra delle Organizzazioni;
* ISO 14064-2 (“Greenhouse gases – Part 2: Specification for the quantification, monitoring and reporting of project emissions and removals“), che definisce i requisiti per quantificare, monitorare e rendicontare le riduzioni e le rimozione dei gas serra dal comparto atmosferico;
* ISO 14064-3 (“Greenhouse gases – Part 3: Specification and guidance for validation and verification“), che invece precisa requisiti e linee guida per condurre convalide e verifiche delle informazioni sui gas serra (da parte degli Enti di certificazione).

I gas ad effetto serra (GHG – Greenhouse Gases) considerati dalle norme sono anidride carbonica (CO2), metano (CH4), protossido di azoto (N2O), idrofluorocarburi (HFC), perfluorocarburi (PFC) ed esafluoruro di zolfo (SF6): si tratta cioè di tutti i gas già contenuti nel Protocollo di Kyoto i quali, in funzione del proprio diverso GWP (Global Warming Potential), complessivamente contribuiscono al fenomeno del riscaldamento climatico globale.

Il contesto ambientale dello standard 14064: gas serra e cambiamenti climatici

I cambiamenti climatici sono stati riconosciuti come una delle più importanti sfide che le Organizzazioni, i Governi ed i Cittadini dovranno affrontare nei prossimi decenni data la loro enorme futura influenza sia sui sistemi naturali sia sui sistemi socio-economici umani.

Come afferma il V° Rapporto dell’Intergovernamental Panel on Climate Change (IPCC) di valutazione sul cambiamento climatico, pubblicato tra il 2013 ed il 2014, è “estremamente probabile” che più della metà dell’aumento osservato della temperatura superficiale terrestre dal 1951 al 2010 sia stato provocato dall’effetto antropogenico sul clima (emissioni di gas-serra, aerosol e cambi di uso del suolo): questa ribadita consapevolezza a livello scientifico rende ancora urgente intervenire per la riduzione delle emissioni antropiche di gas climalteranti in atmosfera, anche in chiave volontaria dentro qualsiasi contesto ed Organizzazione.

Il Protocollo di Kyoto è stato il primo accordo internazionale finalizzato alla riduzione dei GHG per il contrasto al cambiamento climatico, con la raccolta degli sforzi della maggior parte degli Stati mondiali: anche le politiche europee hanno individuato dei settori produttivi con obblighi di riduzione di gas serra ma, dinamica interessante, sono state anche attivate una serie di azioni e misure volontarie dentro le Aziende per contenere le proprie emissioni di gas serra in maniera proattiva.

L’azione di carbon management è importante, dato che le emissioni di GHG costituiscono circa il 50% degli impatti ambientali umani complessivi a carico del Pianeta:

Quantificare oggi l’impronta climatica di una Organizzazione (carbon footprint) mediante lo standard ISO 14064 e provvedere alla sua gestione diventa quindi una azione effettivamente molto utile ed attuale in termini di responsabilità ambientale aziendale, interessante a livello operativo anche per la possibile conseguente riduzione degli sprechi aziendali, ben rendicontabile verso gli stakeholder aziendali anche rispetto ai requisiti espressi dal D.Lgs. 254/16 (“Attuazione della direttiva 2014/95/UE del Parlamento europeo e del Consiglio del 22 ottobre 2014, recante modifica alla direttiva 2013/34/UE per quanto riguarda la comunicazione di informazioni di carattere non finanziario e di informazioni sulla diversità da parte di talune imprese e di taluni gruppi di grandi dimensioni”).

ISO 14064-1: Inventario di gas serra delle Organizzazioni (carbon footprint dell’Organizzazione)

In generale con il termine “Carbon Footprint” (impronta di carbonio) ci si riferisce ad un indicatore ambientale che può quantificare l’impronta di carbonio di:
• un prodotto,
• un servizio
• una Organizzazione,
• un evento,
• un qualunque sistema (dai confini definiti).

L’impronta di carbonio esprime la totalità delle emissioni di GHG (GreenHouse Gases – gas ad effetto serra) calcolate con approccio tecnico di “ciclo di vita” o, per le Organizzazioni, con un approccio di tipo inventariale.

Lo Standard ISO 14064-1, in particolare, è la norma internazionale utilizzabile per progettare e gestire gli Inventari di GHG a livello di Organizzazione: con l’utilizzo di questa norma volontaria una Organizzazione può calcolare la propria impronta di carbonio aziendale con riferimento a tutti o a parte dei suoi siti produttivi, ad un proprio cantiere, ad un appalto, ad una installazione propria o presso un cliente.

Secondo la norma ISO 14064-1, ed in coerenza con il GHG Protocol, la contabilità inventariale di GHG viene realizzata nell’ambito di 3 diverse aree di emissione:
SCOPE 1 – emissioni dirette;
SCOPE 2 – emissioni indirette da consumo energetico;
SCOPE 3 – altre emissioni indirette
.

Qualora una Azienda voglia certificarsi rispetto a questo Standard 14064-1, dovrà quindi predisporre:
• un Inventario dei GHG conforme ai requisiti della norma;
• una procedura di gestione dei dati riferiti ai GHG, da inserire nel SGA (Sistema di Gestione Ambientale) aziendale;
• un Report sui GHG destinato alla rendicontazione al pubblico (magari con diversi livelli di approfondimento rispetto ai diversi stakeholder).

Si precisa infatti che la norma ISO 14064-1 è ben integrabile con la norma ISO 14001 (lo standard di sviluppo del Sistema di Gestione Ambientale – SGA) e con la norma ISO 16001 (lo standard di sviluppo del Sistema di Gestione dell’Energia – SGE).

ISO 14064-1: gestione dei GHG e rendicontazione agli stakeholder

L’utilizzo della norma UNI EN ISO 14064-1 da parte di una Organizzazione allo scopo di realizzare il proprio Inventario aziendale di gas serra ha una doppia valenza: “operativa” (di miglioramento ambientale) e di comunicazione/rendicontazione.

A livello operativo la mappatura delle emissioni dell’Organizzazione permette di identificare le sorgenti emissive e capirne l’intensità, al fine di poter impostare politiche e strategie di gestione (spesso evidenziare le emissioni di gas serra significa anche evidenziare le inefficienze aziendali, che possono quindi essere ridotte con conseguente riduzione dei costi):

A livello comunicativo e di rendicontazione, lo standard 14064-1 permette di coinvolgere gli stakeholder interni ed esterni all’Organizzazione nella rendicontazione delle performance ambientali aziendali, oltre che nella rendicontazione del miglioramento di tali prestazioni a seguito dell’attuazione di soluzioni di miglioramento ambientale.

Le politiche di responsabilità sociale ed ambientale delle Aziende sempre di più premiano i Fornitori che individuano, monitorano e rendicontano le emissioni serra legate alle proprie attività, specie considerando che oggi il cambiamento climatico è percepito dagli esperti e dall’opinione pubblica una significativa criticità ambientale.

In linea generale, la realizzazione di un Inventario aziendale dei GHG (gas serra) permette all’Organizzazione di:
• promuovere coerenza, trasparenza e credibilità aziendale nella quantificazione e rendicontazione della propria carbon footprint di Organizzazione
• creare una baseline da cui poter monitorare il miglioramento delle performance emissive aziendali;
• facilitare lo sviluppo di piani di gestione delle emissioni di gas serra aziendali;
• identificare e gestire le responsabilità, gli investimenti e i rischi relativi ai gas serra;
• facilitare gli scambi di crediti o quote di emissione di gas serra;
• contribuire volontariamente a dare attuazione agli accordi internazionali di tutela climatica (di cui allo storico Protocollo di Kyoto);
• sostenere la CSR (Corporate Social Responsibility) aziendale;
• migliorare la “green corporate reputation“;
• rendicontare le emissioni di GHG aziendali in coerenza con i requisiti della rendicontazione non finanziaria richiesti da D.Lgs. 254/16.

La rendicontazione può ovviamente essere estesa anche alle successive azioni di carbon management, utili per ridurre e compensare le emissioni di gas serra calcolate nell’ambito della Organisational Carbon Footprint (Inventario emissioni GHG)…specie se le azioni sono realizzate sul territorio locale ed in forma partecipata dalle Aziende!

(clicca qui per visionare i Progetti di forestazione urbana nazionale promossi da Rete Clima® insieme alle Aziende, con finalità anche compensativa)

ISO 14064-1 nel nuovo Codice appalti (Appalti verdi e GPP – Green Public Procurement)

Come descritto in questo nostro articolo, il rinnovato Codice Appalti incentiva approcci e strumenti green in direzione di appalti verdi: particolare riferimento è rivolto agli appalti pubblici, che oggi rientrano nel grande filone del GPP (Green Public Procurement – Acquisti verdi delle PA).


Le Stazioni appaltanti pubbliche che oggi promuovono gare per la fornitura di prodotti o l’erogazione di servizi devono inserire nei bandi le indicazioni ambientali espresse dai CAM di settore (CAM – Criteri Ambientali Minimi), insieme alle specifiche agevolazioni per le Aziende che si dotano di questi strumenti di valutazione ambientale.

Con particolare riferimento all’impronta climatica (carbon footprint) delle Aziende e degli appalti, le stazioni Appaltanti devono inserire agevolazioni fideiussorie per le Aziende che hanno sviluppato un “Inventario delle emissioni di gas serra” (ai sensi della ISO 14064-1) o una “Carbon footprint di prodotto” (o di Servizio, ai sensi della ISO 14067).

In realtà la nostra esperienza diretta ci porta a dire che ormai sono moltissime le Stazioni Appaltanti che offrono un punteggio aggiuntivo nei Bandi di gara per le Organizzazioni che si dotano di queste valutazioni ambientali certificate, rendendo l’Inventario dei gas serra uno strumento importantissimo anche dentro i bandi di gara pubblici, in una vera e propria logica di vantaggio competitivo.

Conclusioni: ISO 14064 e poi?

Nell’ambito delle attività di rendicontazione non economica delle imprese (realizzata ai sensi del D.Lgs. 254/16), del GPP (Appalti verdi delle PA), dei bilanci di sostenibilità aziendali, il monitoraggio e la gestione dell’impronta di carbonio aziendale oggi sono diventate azioni centrali per le Aziende.

Quantificare e gestire i gas serra (in una logica di riduzione e compensazione) sono passi strategici per le Aziende che mirano a vivere ed a raccontare la propria sostenibilità e la propria Corporate Social Responsibility, specie in considerazione dell’utilità che queste azioni hanno per la salvaguardia del clima del Pianeta e del futuro di tutti.

Lo Staff di Rete Clima®

contattiSei interessato a sviluppare un Inventario delle emissioni di gas serra o una Carbon Footprint di prodotto, magari in risposta alle richieste di un bando di gara nell’ambito “Acquisti verdi delle PA” (GPP)?
Contattaci all’indirizzo email: reteclima@reteclima.it.

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Il cambiamento climatico è di origine antropica: la conferma (anche) dall’intelligenza artificiale https://www.reteclima.it/cambiamento-climatico-origine-antropica-la-conferma-anche-dallintelligenza-artificiale/ Sat, 13 Jan 2018 08:06:47 +0000 https://www.reteclima.it/?p=12598 Ha fatto molto parlare la recente uscita di Donald Trump che ha contestato l’esistenza del riscaldamento climatico in ragione delle rigide condizioni meteorologiche (gelo e tempeste di neve) in una parte degli Stati Uniti. Si tratta di confusione tra clima (andamento medio delle condizioni metereologiche su lungo periodo) e tempo meteorologico (andamento sul breve periodo) […]

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Ha fatto molto parlare la recente uscita di Donald Trump che ha contestato l’esistenza del riscaldamento climatico in ragione delle rigide condizioni meteorologiche (gelo e tempeste di neve) in una parte degli Stati Uniti.

Si tratta di confusione tra clima (andamento medio delle condizioni metereologiche su lungo periodo) e tempo meteorologico (andamento sul breve periodo) o, più verosimilmente, di uno strumentale tentativo di riportare confusione verso la problematica del cambiamento climatico, che è invece scientificamente chiara oltre che ben comprensa dal punto di vista della sua origine umana?

In questo contesto è significativo segnalare uno studio italiano (in download a fondo pagina) realizzato da ricercatori dell’Istituto sull’inquinamento atmosferico del Consiglio nazionale delle ricerche (Iia-Cnr), dell’Università di Torino e dell’Università di Roma Tre, che descrive l’utilizzo dell’intelligenza artificiale per spiegare la causa (antropica) dei cambiamenti climatici.

Lo studio, Attribution of recent temperature behaviour reassessed by a neural-network method, è stato pubblicato sulla prestigiosa rivista Scientific Reports del gruppo Nature e si costituisce come un tentativo di superare l’approccio scientifico “classico” (benchè completamente valido) che individua le cause umane del riscaldamento del pianeta utilizzando modelli climatici globali i quali ovviamente si basano sulla conoscenza della fisica dei molti fattori che fanno parte del sistema climatico globale.

Antonello Pasini (Ricercatore dell’Iia-Cnr e autore dello studio): “Tutti questi modelli attribuiscono alle azioni umane, in particolare all’emissione di gas serra come l’anidride carbonica, l’aumento delle temperature nell’ultimo mezzo secolo, e questa uniformità di risultati non sorprende, poiché i modelli sono piuttosto simili tra loro. Un’analisi completamente diversa consentirebbe pertanto di capire meglio se e quanto questi risultati siano solidi“.

Il gruppo di ricerca ha quindi provato a analizzare le cause dell’alterazione dell’equilibrio del sistema climatico globale prescindendo dalle attuale (e valide) conoscenze scientifiche, ma basandosi solo su un modello di rete neurale (intelligenza artificiale) che ‘impara’ esclusivamente dai dati climatici osservati.

La logica è quella alla base della crescita del cervello di un bambino che aggiusta pian piano i propri circuiti neuronali e, dall’osservazione dell’ambiente in cui vive, impara regole e relazioni causa-effetto che regolano quello stesso ambiente.

Pasini: “Come questo bimbo, il modello di cervello artificiale che abbiamo sviluppato ha studiato i dati climatici disponibili e ha trovato le relazioni tra i fattori naturali o umani e i cambiamenti del clima, in particolare quelli della temperatura globale” (…) Le reti neurali da noi costruite confermano che la causa fondamentale del riscaldamento globale degli ultimi 50 anni è l’aumento di concentrazione dei gas serra, dovuto soprattutto alle nostre combustioni fossili e alla deforestazione.


Ma il nostro modello permette di ottenere di più: ci dà informazioni sulle cause di tutte le variazioni di temperatura dell’ultimo secolo. Così, si vede che, mentre l’influsso solare non ha avuto alcun peso sulla tendenza all’aumento degli ultimi decenni, le sue variazioni hanno causato almeno una parte dell’incremento di temperatura cui si è assistito dal 1910 al 1945. La pausa nel riscaldamento registrata tra il 1945 e il 1975, invece, è dovuta all’effetto combinato di un ciclo naturale del clima visibile particolarmente nell’Atlantico e delle emissioni antropiche di particelle contenenti zolfo, a loro volta causa di cambiamenti nel ciclo naturale“.

(clicca qui per l’analisi dei grafici che illustrano il ruolo di fattori antropici e non antropici nella storia del cambiamento climatico globale)

Un approccio interessante ed innovativo, che mostra ancora una volta l’evidenza del fatto che il riscaldamento climatico è –in primis- un fatto antropico.

E se l’uomo ne è la causa ne deve essere anche la soluzione, per contenere i rischi climatici e tutelare la propria esistenza in equilibrio con il Pianeta.

Lo Staff di Rete Clima®

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Nasce un #greenteam per la valorizzazione delle foreste: accordo tra Rete Clima e PEFC Italia https://www.reteclima.it/nasce-un-greenteam-la-valorizzazione-delle-foreste-accordo-rete-clima-pefc-italia/ Wed, 20 Dec 2017 12:49:46 +0000 https://www.reteclima.it/?p=12583 E’ stato recentemente sottoscritto il Protocollo d’intesa tra Rete Clima e PEFC Italia con l’obiettivo di promuovere cultura e azioni a livello forestale, ambientale e di sostenibilità. Le due Organizzazioni si sono infatti accordate per sviluppare progetti di promozione di cultura forestale ed ambientale, di uso innovativo del legno, di nuova forestazione e di compensazione […]

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E’ stato recentemente sottoscritto il Protocollo d’intesa tra Rete Clima e PEFC Italia con l’obiettivo di promuovere cultura e azioni a livello forestale, ambientale e di sostenibilità.

Le due Organizzazioni si sono infatti accordate per sviluppare progetti di promozione di cultura forestale ed ambientale, di uso innovativo del legno, di nuova forestazione e di compensazione forestale di CO2: queste azioni si inseriscono dentro un più grande contesto di promozione della sostenibilità ambientale e della CSR aziendale, di promozione di processi di valutazione e gestione delle emissioni di gas serra, di gestione sostenibile del verde pubblico, di acquisti verdi (GPP), di approvvigionamento di prodotti di origine forestale sostenibile con certificazione PEFC.

Secondo Antonio Brunori, Segretario generale di PEFC Italia: “Questo accordo rappresenta un’opportunità per le nostre organizzazioni, già protagoniste nel mondo forestale ed ambientale nazionale, di rafforzare gli strumenti per raggiungere insieme le nostre missioni statutarie. Con la firma del Protocollo d’intesa tra PEFC Italia e Rete Clima si apre un periodo di attività molto promettente per la comunicazione e la visibilità del settore forestale verso i cittadini e le aziende: è nostra intenzione studiare percorsi di sensibilizzazione circa la gestione sostenibile delle foreste e dei parchi urbani, per la promozione dei servizi ecosistemici attraverso la creazione di nuove piantagioni arboree in ambito urbano o la gestione attiva di boschi di montagna, ma anche promuovere specifiche campagne di conoscenza del mondo degli alberi e del valore della certificazione forestale verso la società civile”.

Il Protocollo d’intesa è stato siglato proprio pochi giorni dopo la pubblicazione della dichiarazione di oltre 15 mila scienziati di 184 Paesi secondo i quali “presto sarà troppo tardi per salvare la Terra”: PEFC Italia e Rete Clima uniscono quindi le proprie forze e la propria voce per promuovere cultura ed azioni di sostenibilità con una particolare attenzione al “ruolo climatico” delle foreste, capaci di generare positivi benefici multifunzionali e servizi ecosistemici, utili anche in una logica di mitigazione ed adattamento climatico.

Secondo Paolo Viganò, Presidente e Responsabile scientifico di Rete Clima: “Questo Protocollo di intesa tra le due Associazioni si costituisce come una reale e positiva sinergia nel mondo delle Organizzazioni non-profit ambientali nazionali: due soggetti ad elevato valore tecnico uniscono le proprie forze per promuovere azioni di tutela ambientale, di promozione delle foreste e dei suoi prodotti, fondamentali dentro i processi di decarbonizzazione oggi più che mai attuali per il contrasto al cambiamento climatico. Una sinergia del mondo non-profit aperta al mondo profit, ai Cittadini ed alle Istituzioni, per una azione di tutela ambientale capace di generare positivi effetti sia verso il territorio locale e sia verso il clima globale”.

Lo Staff di Rete Clima®

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Conclusa la Cop 23 di Bonn: (pochi) passi avanti, in continuità con gli obiettivi di Cop 21 Parigi https://www.reteclima.it/conclusa-la-cop-23-bonn-positivi-passi-avanti-continuita-gli-obiettivi-della-cop-21-parigi/ Sun, 19 Nov 2017 05:53:30 +0000 https://www.reteclima.it/stati-generali-del-verde-pubblico-2017-milano-21-novembre-copy/ Si è conclusa sabato mattina la Cop 23, la 23ma edizione della Conferenza delle Parti: si tratta dell’appuntamento annuale dei Paesi aderenti alla UNFCCC (Conferenza dell’ONU sui Cambiamenti Climatici) finalizzato ad analizzare i risultati raggiunti e a ri-orientare obiettivi ed azioni di mitigazione climatica globale. La Conferenza si è svolta in Germania, a Bonn, ma […]

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Si è conclusa sabato mattina la Cop 23, la 23ma edizione della Conferenza delle Parti: si tratta dell’appuntamento annuale dei Paesi aderenti alla UNFCCC (Conferenza dell’ONU sui Cambiamenti Climatici) finalizzato ad analizzare i risultati raggiunti e a ri-orientare obiettivi ed azioni di mitigazione climatica globale.

La Conferenza si è svolta in Germania, a Bonn, ma è stata presieduta dal governo delle Fiji: significativo che la Conferenza sia stata guidata da un paese che vede la concretezza del cambiamento climatico in forma di un importante innalzamento dell’Oceano, che potrà interamente sommergere le sue isole.

Anche questa Cop 23 ha evidenziato una importante complessità negoziale, in questo caso legata alle specifiche tecniche in merito all’applicazione dell’Accordo partorito alla Cop 21 di Parigi 2015: questa Cop non ha portato a risultati eccezionali e innovativi, quanto “solo” alla definizione delle procedure per arrivare alla revisione degli impegni degli Stati, in direzione di un maggior taglio delle emissioni nazionali di gas ed effetto serra.


Nel documento finale della Cop il Presidente della Conferenza e Premier delle delle Fiji (Frank Bainimarama), ha istituto un tavolo di discussione chiamato “Talanoa dialogue” (“talanoa” nella lingua Fiji indica l’azione di dialogo e di decisione condivisa): dal gennaio 2018 questo tavolo provvederà ad aggiornare (al rialzo) gli obiettivi climatici nazionali in vista della prossima Cop 24 in Polonia e del Global Stocktake del 2020, momento in cui i contributi nazionali volontari di riduzione emissiva (NDCs) verranno aggiornati al rialzo per raggiungere gli obiettivi di Cop 21 di Parigi (e contenere l’aumento di temperatura entro i +2°C).


La necessità di revisione degli impegni di riduzione emissiva risiede nel fatto che, come sottolineato durante la Cop, se l’inerzia dei governi globali non cambierà molto rapidamente alla fine del secolo il Pianeta si troverà di fronte ad un disastroso aumento della temperatura media globale anche oltre i +3 C°.

Durante la Conferenza di Bonn sono intervenuti come ospiti e relatori la Cancelliera tedesca Angela Merkel ed il Presidente francese Emmanuel Macron, i quali hanno ribadito un comune impegno alla decarbonizzazione: inoltre in questa sede assembleare l’Italia insieme a più di 20 Paesi hanno stretto una alleanza (la “Global Alliance to Power Past Coal“) per terminare la produzione di energia elettrica dal carbone.


A Bonn gli USA hanno invece giocato una partita di retroguardia: se da un lato hanno infatti affermato di essere ancora disponibili a restare dentro l’Accordo di Parigi (a patto di una revisione degli impegni), dall’altra hanno giocato un ruolo poco attivo e complessivamente marginale: è stato invece molto significativo e positivo il ruolo di molti Stati e Città americane guidate da Jerry Brown, Governatore democratico della California, che hanno invece annunciato i loro impegni a contrasto del cambiamento climatico.

Non positivi invece i limitati (se non nulli) avanzamenti in merito al Fondo per l’adattamento ed al meccanismo “loss and damage” (“perdite e danni”): quest’ultimo meccanismo, in particolare, dovrebbe regolare il rimborso per i paesi poveri a seguito dei danni collegati al cambiamento climatico da parte degli Stati più inquinanti. In questo campo è stata data rilevanza al settore assicurativo privato, che però si costituisce come un sistema oneroso per i Paesi in Via di Sviluppo oltre che non particolarmente adatto a risarcire i danni di piccola entità non legati ai grandi eventi meteoclimatici estremi.

(Dalla pagina ufficiale conclusiva della COP 23 di Bonn) “Il messaggio comune di tutte le Parti presenti a questa conferenza è stato che l’azione per raggiungere gli obiettivi dell’Accordo sui cambiamenti climatici di Parigi (e contestualmente raggiungere gli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030) è urgente: il tempo sta per scadere e tutti devono fare meglio ed insieme per sviluppare più rapidamente l’azione di mitigazione climatica.

Soprattutto ciò significa aumentare l’attuale azione verso il cambiamento climatico, così come affrontato nella serie dei Piani nazionali per l’azione climatica (NDC) che sono il cuore dell’Accordo“.

Mariagrazia Midulla (Responsabile clima ed Energia del Wwf Italia): “La sensazione che abbiamo avuto in questa conferenza è stata che effettivamente la transizione è in atto e che ha molti protagonisti, dalle città alle aziende. Abbiamo visto molta meno pubblicità e molta più comunicazione effettiva tra i diversi attori. L’esperienza statunitense insegna che da (grandi) difficoltà possono venire spinte ancor più forti, perché la minaccia climatica riguarda tutti, cittadini e mondo economico, come anche le soluzioni“.

E non si può non evidenziare il ruolo importate giocato dalla società civile, che a Cop 23 ha dimostrato l’ampia gamma di attività, progetti e tecnologie sviluppate volontariamente in direzione del contrasto al cambiamento climatico: d’altronde, così come più volte sottolineato dal premier delle Isole Fiji, “siamo tutti nella stessa canoa, simbolo del viaggio che dobbiamo fare insieme“.

A questa pagina web gli approfondimenti in merito agli impegni presi durante questa Cop23.

A questa pagina i documenti collegati alla Cop.

Lo Staff di Rete Clima®

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Stati Generali del Verde Pubblico 2017: a Milano il 21 novembre https://www.reteclima.it/stati-generali-del-verde-pubblico-2017-milano-21-novembre/ Sat, 18 Nov 2017 09:36:16 +0000 https://www.reteclima.it/cambiamenti-climatici-italia-ed-europa-10-principali-rischi-climatici-copy/ Al via la III° edizione degli Stati Generali del Verde Pubblico, che verrà svolta nelle tre sedi di Milano, Roma e Firenze. L’evento è organizzato dal Comitato per lo sviluppo del verde pubblico del Ministero dell’Ambiente sul tema delle politiche del verde nelle città italiane, e per la prima volta fa tappa a Milano grazie […]

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Al via la III° edizione degli Stati Generali del Verde Pubblico, che verrà svolta nelle tre sedi di Milano, Roma e Firenze.

L’evento è organizzato dal Comitato per lo sviluppo del verde pubblico del Ministero dell’Ambiente sul tema delle politiche del verde nelle città italiane, e per la prima volta fa tappa a Milano grazie anche al supporto di Assofloro Lombardia: Rete Clima®, in virtù della sua sensibilità e della sua progettualità di forestazione compensativa urbana, volentieri ha offerto il proprio patrocinio all’evento e provvederà alla compensazione delle emissioni di gas serra dell’evento mediante forestazione urbana in Milano presso Parco Nord Milano.

Il Comitato per lo Sviluppo del Verde Pubblico è l’organo istituzionale che, nell’ambito del Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, ha il compito di dare attuazione alla legge italiana n.10/2013, intitolata “Norme per lo sviluppo degli spazi verdi urbani” che ha lo scopo di promuovere la cultura del verde, specie con riguardo al ruolo che esso ha negli insediamenti urbanizzati.
Un ruolo che, come abbiamo descritto su questo sito, offre importanti benefici verso salute, ambiente, ed economia, contribuendo al miglioramento della qualità dell’aria ed al contrasto al cambiamento climatico.

Gli Stati Generali del Verde Pubblico vengono organizzati per stimolare la discussione ed il dibattito, ma anche politiche attive sul territorio, in occasione della Giornata Nazionale degli Alberi del 21 novembre.

A seguito si può visualizzare e scaricare il programma completo: all’evento sono attese oltre 400 presenze già registrate, provenienti da tutto il Paese.

Hashtag ufficiali: #stativerde17 #verdeurbano

Lo Staff di Rete Clima®

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Ecobonus 2018 e “bonus verde”: detrazioni fiscali per aumentare il verde urbano e contrastare l’inquinamento in città https://www.reteclima.it/ecobonus-2018-bonus-verde-detrazioni-fiscali-aumentare-verde-urbano-contrastare-linquinamento-citta/ Wed, 01 Nov 2017 19:53:02 +0000 https://www.reteclima.it/la-rendicontazione-delle-informazioni-non-finanziarie-delle-aziende-comunicare-le-performance-ambientali-sociali-copy/ Ecobonus 2018 e “bonus verde” Il “bonus verde” è una azione concreta per incentivare la presenza di verde nelle città, ottenuto grazie al lavoro del CNFFP – Coordinamento Nazionale della Filiera del Florovivaismo e del Paesaggio guidato da Nada Forbici, presidente di Assofloro Lombardia, vera regista del provvedimento entrato nella legge di Bilancio. Clicca qui […]

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Ecobonus 2018 e “bonus verde”

Il “bonus verde” è una azione concreta per incentivare la presenza di verde nelle città, ottenuto grazie al lavoro del CNFFP – Coordinamento Nazionale della Filiera del Florovivaismo e del Paesaggio guidato da Nada Forbici, presidente di Assofloro Lombardia, vera regista del provvedimento entrato nella legge di Bilancio.
Clicca qui per approfondire l’iter.

Le positività del “bonus verde” risiedono sicuramente nell’auspicato conseguente aumento della copertura arborea urbana, che la scienza concorda nel ritenere utile per la riduzione delle polveri sottili e la mitigazione dell’isola di calore urbana: ci si attende però anche che le detrazioni fiscali per gli interventi sul verde potranno avere ricadute importanti sull’occupazione e sull’emersione del sommerso, un problema di concorrenza sleale e non qualificata oggi purtroppo rilevante nel settore della manutenzione del verde.

Ecobonus 2018 e detrazioni alle spese per il verde privato (attraverso il “bonus verde”): come funziona?

La disposizione normativa introduce una detrazione del 36% delle spese documentate sostenute nel corso del 2018, fino ad un tetto massimo di spesa di 5.000 euro: le spese ammissibili sono legate a interventi straordinari di “sistemazione a verde” di aree scoperte di pertinenza delle unità immobiliari private di qualsiasi genere, anche già esistenti (“aree scoperte private di edifici esistenti, unità immobiliari, pertinenze o recinzioni”).

In particolare la detrazione sarà legata anche alla fornitura e messa a dimora di piante o arbusti di qualsiasi genere o tipo, alla riqualificazione di tappeti erbosi (con esclusione di quelli utilizzati per uso sportivo con fini di lucro), anche mediante la realizzazione o l’adeguamento di impianti di irrigazione, nonché a lavori di restauro e recupero del verde relativo a giardini di interesse storico e artistico.

La detrazione spetterà anche per le spese condominiali, ed anche in questo caso si applica il tetto massimo di 5.000 euro (per ogni unità immobiliare): tale detrazione sarà da ripartirsi in 10 quote annuali, detraibile dalla quota IRPEF (per le persone fisiche).

Ecobonus 2018: bonus verde a sostegno delle sfide ambientali e sanitarie delle città

Le città sono sistemi antropizzati in cui vive circa la metà della popolazione umana, con prospettive di crescita molto elevate: secondo lo studio delle Nazioni Unite “World Urbanization Prospects (revisione 2014)” la popolazione urbana mondiale dovrebbe aumentare dell’84% entro pochi decenni, passando da 3,4 miliardi nel 2009 a 6,4 miliardi nel 2050. Praticamente tutta la crescita prevista della popolazione globale sarà concentrata nelle aree urbane, in particolare nelle regioni meno sviluppate e in quelle emergenti, la cui popolazione dovrebbe aumentare dai 2,5 miliardi nel 2009 ai 5,2 miliardi di 2050.

Anche in questi contesti antropizzati si fanno sentire gli effetti del cambiamento climatico che, secondo quanto ben espresso dal il V° Report dell’Ipcc (Intergovernamental Panel on Climate Change) “Climate Change 2013 The Physical Science Basis”, è un fenomeno inequivocabile di cui le attività umane sono responsabili al 95% di probabilità, e che potrà determinare effetti preoccupanti addirittura per il futuro del genere umano.

Nell’ambito delle città il cambiamento climatico si manifesta in diversi modi, e diversi sono gli effetti che colpiscono chi qui risiede: il recentissimo report dell’AEA (Agenzia Europa per l’Ambiente) “Adattamento ai cambiamenti climatici e riduzione del rischio di catastrofi in Europa” presenta una interessante carrellata delle 10 categorie di eventi meteorologi e climatici estremi che si costituiscono quali i maggiori rischi naturali in Europa, e di questi alcuni sono proprio specifici -o comunque presenti- proprio in ambito urbano.
In particolare i rischi più rilevanti identificati dal report sono collegati alle ondate di calore, alle piogge torrenziali, allo straripamento di corsi d’acqua, alle tempeste di vento, fenomeni assolutamente tipici (quando non specifici) del contesto urbano: dal punto di vista delle conseguenze sulla salute umana le ondate di calore sono i fenomeni naturali più letali


Del medesimo parere l’articolo “Increasing risk over time of weather-related hazards to the European population: a data-driven prognostic study” pubblicato sulla rivista The Lancet Planetary Health, secondo cui entro fine secolo la salute di 2 europei su 3 sarà messa a rischio da disastri climatici, di cui in primis le ondate di calore.
Il numero di decessi dovuti alle ondate di calore aumenterà di 50 volte passando da 30.00 decessi l’anno nel periodo tra il 1981 e il 2010 a 152.000 morti l’anno attesi per il periodo 2071-2100.

In questo contesto si inquadrano i dati del Rapporto di ISPRA “Gli indicatori del clima in Italia” (Rapporto ISPRA 72/2017), secondo cui poi il trend climatico autunnale italiano vede forti cali nelle piogge e condizioni climatiche stabili determinando un aumento molto rilevante del particolato atmosferico, specie nelle città, una situazione attualissima anche in questi giorni in Val Padana.

Una situazione drammatica per la salute pubblica tanto che, secondo il report dell’AEA “Qualità dell’aria in Europa — rapporto 2017”, l’inquinamento atmosferico da particolato fine (PM 2,5) nel solo 2014 è stato responsabile di circa 400.000 morti premature nell’Ue a 28.

In Italia, in particolare, la situazione è particolarmente grave così come ben descritto anche nel Rapporto “La sfida della qualità dell’aria nelle città italiane” realizzato dalla Fondazione sviluppo sostenibile in collaborazione con Enea e Ferrovie dello Stato: secondo il report l’Italia ha circa 91.000 morti premature all’anno per inquinamento atmosferico (contro le 86.000 della Germania, 54.000 della Francia, 50.000 del Regno Unito, 30.000 della Spagna), di cui 66.630 sono imputabili a polveri sottili PM 2,5, 21.040 a disossido di azoto (NO2), 3.380 all’ozono troposferico (O3).
Per le polveri sottili PM2,5 si contano nel nostro Paese 1.116 morti premature all’anno per milione di abitanti (contro una media europea di 860), con picchi di mortalità nell’area di Milano e hinterland, Napoli, Taranto, l’area industriale di Priolo in Sicilia, le zone industriali di Mantova, Modena, Ferrara, Venezia, Padova, Treviso, Monfalcone, Trieste e Roma.

In questa logica non si può dimenticare l’esortazione dello scorso aprile 2017 della Commissione Europea all’Italia per l’adozione di azioni appropriate contro l’emissione di PM10 al fine di garantire una buona qualità dell’aria e salvaguardare la salute pubblica: secondo le stime dell’Agenzia europea dell’ambiente il nostro Paese è lo Stato membro più colpito in termini di mortalità connessa al particolato atmosferico, con più di 66.000 morti premature all’anno.

Il ruolo del verde urbano a supporto delle odierne criticità ambientali e sanitarie

La letteratura scientifica è concorde nell’affermare l’importanza degli alberi urbani nella riduzione delle polveri sottili, dell’inquinamento dell’aria, nella mitigazione dell’isola di calore urbana.

Un recentissimo articolo “Implementing and managing urban forests: A much needed conservation strategy to increase ecosystem services and urban wellbeing” offre indicazioni quantitative interessanti a questo proposito.
L’articolo, analizzando 10 Megacittà in diverse parti del mondo (quali: Beijing, Buenos Aires, Il Cairo, Istanbul, Londra, Los Angeles, Città del Messico, Mosca, Mumbai e Tokio), stima il valore dei benefici generati dagli alberi urbani in tutte queste megacittà pari a:
* $ 482 milioni all’anno, grazie alla riduzione di CO, NO2, SO2, PM10 e PM2.5;
* $ 11 milioni all’anno grazie alla facilitazione al deflusso idrico che previene inondazioni urbane;
* 0,5 milioni di dollari all’anno a causa del risparmio energetico dell’edilizia e del raffreddamento;
* $ 8 milioni all’anno per l’assorbimento e sequestro di CO2 (primo gas oggi responsabile del riscaldamento climatico).

Secondo la review della letteratura scientifica in materia operata dal report “Planting Healthy Air” realizzato da The Nature Conservancy, la presenza degli alberi riduce la concentrazione del PM atmosferico tra il 7% ed il 24% entro i 100 mt di distanza dalla pianta, e riduce la temperatura atmosferica di 2-4 °F.

Promuovere il verde urbano (pubblico o privato) significa –in definitiva- promuovere un bene comune, che regala alle città importanti servizi ecosistemici a miglioramento della qualità della vita di tutti: ci preme sottolineare che il verde privato è importante tanto quanto quello pubblico perché l’insieme delle due aree che costituisce la “foresta urbana”.

Se l’utilità del verde urbano è stata ampiamente valutata anche in termini di costi/benefici economici dal mondo scientifico, queste valutazione stanno favorendo un cambio di mentalità: questa serie di valutazioni permea una nuova cultura che è portata a considerare i costi di gestione della foresta urbana non più come mera “spesa”, bensì come vero e proprio “investimento”.

Ricerche recenti hanno dimostrato per la città di New York un beneficio degli alberi urbani di oltre 100 milioni di dollari annui: nel 2008 queste valutazioni hanno probabilmente concorso alla scelta del Sindaco Bloomberg di quadruplicare il budget a disposizione della “foresta urbana” ed a lanciare la campagna “Million Trees NYC” finalizzata a raccogliere fondi per piantare un milione di nuovi alberi urbani entro un decennio.


Altri studi eseguiti per la municipalità di San Francisco, California, rivelano che gli alberi della città forniscono, ogni anno, benefici alla comunità pari ad un valore medio di 158,80 dollari per albero; di particolare interesse il dato secondo cui, per ogni dollaro investito per il patrimonio arboreo pubblico, la città riceve prestazioni ambientali e vantaggi stimati in 4,37 dollari.

Anche secondo diversi studiosi italiani gli alberi e le aree verdi forniscono un “reddito” largamente superiore al costo necessario per il loro impianto e mantenimento: annualmente, a fronte di un euro investito nel verde ne possono indirettamente ritornare, a seconda dei casi citati dalla letteratura scientifica, da 1,3 a 3,07 euro.

Secondo Rita Baraldi (CNR) “Gli alberi possono ridurre la temperatura dell’ambiente di 1-3 °C, determinando un risparmio energetico per il raffreddamento e riscaldamento degli edifici fino al 30-40% quantificabile in un valore economico medio di 18 €/albero*anno. E ancora, la vegetazione urbana e/o peri-urbana rimuove dall’atmosfera fino a 161 kg/ha*anno di PM10, con beneficio economico stimabile di circa 5.500 €/t di PM10”.

Ecobonus 2018 e bonus verde: una strategia per aumentare il verde urbano e per migliorare la qualità del patrimonio verde esistente

Dopo l’entrata in vigore della Legge n. 10 del 14/01/2013, il bonus verde può essere considerata la prima vera e concreta proposta per la promozione del verde urbano e per una sua gestione virtuosa ed agronomicamente corretta: perché è evidente e dimostrato che il verde, per poter svolgere al massimo la sua funzione benefica all’interno delle città, deve essere progettato, pianificato e curato in modo professionale.

A nostro giudizio la norma va pertanto vista in modo positivo per quanto riguarda gli aspetti economici e tecnici diretti, perché l’intervento normativo potrà favorire l’emersione del lavoro sommerso a favore delle aziende regolari che hanno al loro interno le competenze e le professionalità necessarie per occuparsi di un bene tanto prezioso.

Ma potrà chiaramente anche favorire il ruolo dei cittadini, invogliati dalla detrazione a contribuire spontaneamente al benessere collettivo, partecipando al bene comune.

L’estensione dell’Ecobonus alle aree verdi private mette sullo stesso piano gli interventi di riqualificazione energetica orientati ad una logica green rispetto agli interventi di promozione del verde, favorendo una opportunità di riqualificazione delle città ed una soluzione per la promozione della salute collettiva, capace di fronteggiare le problematiche introdotte superiormente.

A vantaggio della vivibilità delle città e della qualità della vita urbana.

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Cambiamenti climatici in Italia ed in Europa: ecco i 10 principali rischi climatici https://www.reteclima.it/cambiamenti-climatici-italia-ed-europa-10-principali-rischi-climatici/ Fri, 27 Oct 2017 10:48:22 +0000 https://www.reteclima.it/?p=12428 Gli eventi meteorologici e climatici estremi fanno ormai purtroppo parte del nostro vivere, con una crescita in frequenza ed intensità a causa del riscaldamento climatico di origine antropica. L’Agenzia Ambientale Europea (AEA) ha diffuso un report (dal titolo: “Climate change adaptation and disaster risk reduction in Europe — enhancing coherence of the knowledge base, policies […]

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Gli eventi meteorologici e climatici estremi fanno ormai purtroppo parte del nostro vivere, con una crescita in frequenza ed intensità a causa del riscaldamento climatico di origine antropica.

L’Agenzia Ambientale Europea (AEA) ha diffuso un report (dal titolo: “Climate change adaptation and disaster risk reduction in Europe — enhancing coherence of the knowledge base, policies and practices” – “Adattamento ai cambiamenti climatici e riduzione del rischio di catastrofi in Europa — rafforzare la coerenza della base di conoscenze, delle politiche e delle prassi”) in cui presenta le 10 categorie di eventi meteorologi e climatici estremi che si costituiscono quali i maggiori rischi naturali in Europa.

Questi 10 maggiori pericoli naturali:
* ondate di calore
* piogge torrenziali
* straripamento di corsi d’acqua
* tempeste di vento
* frane
* siccità
* incendi boschivi
* valanghe
* grandinate
* mareggiate

Secondo i dati del report, nel periodo 1980-2016 gli eventi meteorologici e climatici estremi riconducibili a queste 10 categorie hanno provocato perdite economiche per un totale di 433 miliardi di euro, con criticità importanti per la salute umana, l’ambiente e l’economia.

Dal Report AAE: “Le perdite economiche complessive documentate generate da eventi atmosferici e climatici estremi nei 33 Stati membri dell’Eea anche nel periodo 1980-2016 hanno superato i 433 miliardi di euro. La quota maggiore delle ripercussioni economiche è stata causata dalle inondazioni (circa il 40 %), seguite dalle tempeste (25 %), dalla siccità (circa il 10 %) e dalle ondate di caldo (circa il 5 %). La copertura assicurativa complessiva di questi pericoli ammonta a circa il 35 %: un’ampia quota delle perdite totali è stata causata da un numero limitato di eventi.

Per quanto concerne le conseguenze sulla salute umana, le ondate di calore sono i fenomeni più letali, soprattutto per categorie vulnerabili come gli anziani, in quanto, ad esempio, peggiorano le patologie respiratorie e cardio-vascolari, ulteriormente aggravate dall’inquinamento atmosferico. Anche le alluvioni, le frane e gli incendi boschivi causano decessi, ma in numero inferiore rispetto alle ondate di calore“.

Come già anticipato, tutte queste tipologie di eventi sono inevitabilmente destinate a crescere in termini di intensità, frequenza, durata ed estensione come effetto diretto del riscaldamento climatico, determinando quindi inevitabilmente anche un incremento dei danni economici, ambientali e sanitari.
Si stima infatti che nel corso di questo secolo la frequenza delle inondazioni possa triplicare, mentre la frequenza di ondate di calore, siccità e incendi aumenterà più di dieci volte, determinando un “progressivo e forte aumento dei rischi climatici complessivi”.

Dal Report AAE: “Questi eventi hanno pesanti impatti sulla salute umana, l’economia e gli ecosistemi e possono essere aggravati da altri cambiamenti quali l’impermeabilizzazione del suolo, l’edificazione in aree a rischio, l’invecchiamento della popolazione o il degrado degli ecosistemi. Le proiezioni sulle evoluzioni del clima ci dicono che nei prossimi decenni si registrerà un aumento della frequenza e della gravità della maggior parte di questi rischi in tutta Europa“.

Se però già oggi questi eventi estremi hanno una disomogenea distribuzione geografica in Europa, in futuro i modelli climatici prevedono un aumento ancor più significativo delle differenze regionali tra l’Europa settentrionale e l’Europa meridionale: le aree geografiche europee che saranno maggiormente soggette a stress da eventi estremi saranno soprattutto la penisola iberica, la Francia meridionale, l’Italia settentrionale e i paesi balcanici che si affacciano sul Danubio.

L’Italia, in particolare, non è ben posizionata in merito a queste categorie di rischi. Secondo il report: “L’Italia è notoriamente soggetta a pericoli naturali e al rischio di catastrofe. Tra i 28 Stati membri dell’UE, l’Italia ha vissuto il più grande danno economico derivante da pericoli naturali nel periodo 1980-2015“.

In particolare, nel periodo 1980-2015 il nostro Paese ha subito danni per 64,9 miliardi di euro e perso più di 20mila vite umane per colpa degli eventi climatici estremi, secondo solo alla Francia che ne conta 23mila.

Hans Bruyninckx, Direttore esecutivo dell’Agenzia europea dell’ambiente:”La portata della devastazione causata dagli incendi boschivi, dalle alluvioni e dalle mareggiate in Europa e nel mondo dimostra che i costi dell’inerzia sul fronte dei cambiamenti climatici e delle strategie e piani di adattamento e prevenzione sono estremamente alti“.

Effettivamente è assodato che i costi per la prevenzione e mitigazione climatica sono molto più bassi dei costi per la riparazione dei danni collegati agli effetti del climate change, come confermato anche da Hans Bruyninckx, secondo cui: “La mitigazione del rischio è essenziale, in quanto assicura azioni efficaci prima, durante e dopo eventi catastrofici. Come mostra la nostra relazione, sebbene i paesi europei abbiano iniziato a prepararsi, molto resta ancora da fare sul fronte del rafforzamento della coerenza per migliorare la resilienza e ridurre i rischi. Questo dovrebbe essere l’obiettivo principale degli esperti che operano nel campo dell’adattamento ai cambiamenti climatici e della riduzione del rischio di catastrofi”.

Ma l’Europa come si sta muovendo?
La strategia dell’Unione europea di adattamento ai cambiamenti climatici sta cercando di integrare le azioni di contrasto ai cambiamenti climatici dentro le altre politiche europee, comprese le politiche di prevenzione dei rischi di catastrofi naturali.

Lo Staff di Rete Clima®

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