Moda sostenibile: un interessante confronto tra aziende ed esperti sul ruolo delle aziende e l’attenzione dei consumatori

Questo articolo integra le riflessioni già promosse dalla collega ed amica Aurora Magni sul blog "Sustainability-lab" in merito ai contenuti dell'incontro svoltosi lo scorso 3 ottobre in Bocconi nell’ambito del Salone della CSR e della Innovazione Sociale, a cui hanno partecipato Roberto Taiariol e Alberto Gallina (Benetton Group), Rossella Ravagli (Gucci), Anna Maria Rugarli (VF Corporation – Napapijri), Paolo Viganò (Rete Clima), con la moderazione di Aurora Magni (Blumine - Sustainability-lab).

Come scrive Magni, "per alcuni brand la sostenibilità è qualcosa di più di un bel manifesto o di un obiettivo sullo sfondo di attività di progettazione, produzione e distribuzione delle collezioni, quanto invece un articolato sistema organizzativo in cui funzioni diverse interagiscono su progetti specifici: dalla riduzione degli effetti climatici delle lavorazioni alla definizione di prodotti a basso impatto ambientale, dall’eco design alla gestione della supply clain".

E poi ancora: "Il valore reputazionale dell’essere impresa sostenibile che propone prodotti non solo sicuri per l’utilizzatori ma dalla storia ecologica e produttiva ‘trasparente’, richiede un’azione continua che i brand coinvolti nel dibattito svolgono coinvolgendo le specifiche competenze aziendali ma soprattutto dialogando con i propri clienti, nei punti vendita ma anche con i moderni strumenti della comunicazione on line".

Quindi "chi pensava che la moda sostenibile fosse fatta di slanci creativi ed emotivi ha di che ricredersi. Ormai ‘matura’ si propone come un approccio integrato e scientifico sostenuta da decenni di pratiche sviluppate nell’ambito dei sistemi di certificazione e da un confronto costante con il mondo della chimica e gli stakeholder.
Questo almeno quanto emerge dalle storie aziendali di Gucci, Benetton e VF Corporation
".

(l’articolo integrale di Aurora Magni è consultabile a questa pagina web)

Rispetto alle parole di Aurora Magni si possono solo aggiungere un paio di riflessioni condivise durante l’interessante evento, sia in merito a ciò che le varie aziende intendono per “sostenibilità”, sia in merito al “ruolo” delle aziende nel proporre abbigliamento sostenibile ed –in parallelo- alla scelta dei consumatori nello scegliere prodotti a bassa impronta ambientale e sociale.

I tre gruppi presenti hanno parlato di un medesimo approccio di rigore tecnico per la promozione della sostenibilità dei propri prodotti, pur con sfumature differenti.

Rossella Ravagli (Gucci) ha presentato la forte relazione che esiste in azienda tra sostenibilità ed innovazione, anche considerando le richieste del proprio target commerciale: in questa logica è stata descritta l’interessante attenzione aziendale verso la pratica della rigenerazione di fibre pregiate, in una logica di circolarità.

Anna Maria Rugarli (Gruppo VF) ha presentato il proprio impegno di sostenibilità come attenzione ad un miglioramento della qualità dei propri prodotti nel rispetto del benessere animale e dell’ambiente, riconoscendo la necessità di non abbassare le performance tecniche del capo sostenibile: appare infatti assodato il fatto che il consumatore non vuole che estetica e performance vengano “sacrificate” in nome della maggiore sostenibilità del capo di abbigliamento.

Interessante anche l’intervento di Roberto Taiariol e Alberto Gallina (in rappresentanza del Gruppo Benetton), i quali hanno sottolineato l’importanza della durabilità dei prodotti tessili che deve però essere collegata all’assenza di specie chimiche pericolose per l’uomo: in una logica di economia circolare questa attenzione appare molto importante, per evitare che vengano potenzialmente rimesse in circolo fibre contenenti elementi non neutri per la salute umana e del pianeta.

L’analisi del ruolo dei consumatori verso la moda sostenibile ha concluso l’evento: a partire da diverse analisi di mercato e studi di settore è stata riconosciuta una maggiore disponibilità a pagare per prodotti sostenibili da parte dei millennials, ma questa disponibilità non appare trasversale in tutte le fasce d’età.

Il consumatore medio si aspetta infatti che i marchi della moda siano intrinsecamente attenti e responsabili verso le tematiche ambientali e sociali, e quindi non appare particolarmente disposto a sostenere un extra costo per capi sostenibili proprio ritenendo che la produzione sostenibile sia un dovere ed una responsabilità delle aziende del settore moda: in questo senso i consumatori non appaiono neppure particolarmente sensibili nel richiedere informazioni tecniche e di sostenibilità circa i capi di abbigliamento che acquistano, probabilmente perché ritengono ormai assodata e certa l’attenzione dei grandi gruppi verso la sostenibilità delle produzioni.

Proprio in questa logica appare però importante che questi gruppi diffondano sempre più l’informazione in merito alle proprie politiche ed azioni di responsabilità ambientale e sociale, al fine di contribuire a diffondere consapevolezza e cultura di sostenibilità nei consumatori anche per tramite dei propri capi di abbigliamento immessi sul mercato.

Sostenibilità e cultura appaiono quindi inevitabilmente ed intrinsecamente collegate tra loro, anche nel settore moda, ed un pubblico sempre più informato non potrà che essere sempre più attento.

A vantaggio dei gruppi di settore più impegnati nelle pratiche sostenibili e più attenti alla loro comunicazione.

Paolo Viganò per Rete Clima®

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