FAQ

Science Based Targets: cosa sono?

Gli Science Based Targets sono obiettivi di riduzione delle emissioni di CO2 e degli altri gas climalteranti coerenti con le indicazioni della scienza del clima, in particolare quelle dettate dall’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change) da cui sono nati gli obiettivi di contenimento del riscaldamento climatico concordati alla COP 21 di Parigi (2015).

I criteri più utilizzati per definire uno “Science based target” sono quelli stilati dalla “Science Based Target initiative” (SBTi), che ad oggi conta l’adesione di più di 2.000 aziende in tutto il mondo.

L’iniziativa SBTi è nata proprio con l’intento di supportare le aziende nell’adozione di obiettivi ambiziosi di mitigazione e guidarle nella transizione ad una economia a basso tenore di carbonio.

science based targets

Science Based Targets (SBT): una opportunità per le Aziende

Adottare obiettivi di decarbonizzazione SBTi rappresenta per l’azienda una best practice e una scelta vincente in una logica ambientale, di CSR, di posizionamento e di comunicazione, in quanto:

  • conferisce estrema credibilità alla propria azione, con i conseguenti benefici in termini reputazionali nei confronti di clienti, investitori, autorità pubbliche;
  • permette di ricavare dei target concreti e perseguibili in tempi non troppo differenti dagli orizzonti di pianificazione tipici di un’azienda, semplificando così l’azione climatica.

Rete Clima mette a disposizione la sua esperienza decennale nel settore della decarbonizzazione aziendale, fornendo assistenza durante tutte le fasi di adesione all’SBTi, dal calcolo delle emissioni alla definizione dei target, come anche nell’implementazione di soluzioni concrete di decarbonizzazione e nella comunicazione dei propri risultati.

Per approfondire le caratteristiche degli SBT: Science Based Target initiative (SBTi): aziende protagoniste della decarbonizzazione


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Da “carbon neutral” a “climate positive”: la nuova frontiera dell’azione climatica delle Aziende

ISO 14064-1: Carbon footprint delle Organizzazioni (Inventario dei gas serra)

Climate positive e Carbon negative: cosa significano?

“Climate positive” e “Carbon negative” sono in generale intercambiabili, ma ancora non si è affermata una definizione univoca del loro significato. Si tratta di rimuovere dall’atmosfera o ridurre altrove più GHG di quanti vengano emessi, con due accezioni differenti:

  • Per alcuni il concetto di “Climate positivity” è analogo a quello di “Carbon Neutrality”, richiedendo però l’acquisto di offsets in quantità maggiore – e non solo pari – rispetto alle emissioni prodotte.
  • Per altri, significa rimuovere dall’atmosfera più GHG di quanti vengano emessi, dopo aver raggiunto riduzioni delle emissioni fino a un livello minimo in linea con la scienza. In questo caso, si tratta di un “potenziamento” del target Net Zero, sostanziato dal fatto che, stando alle proiezioni scientifiche del clima, dopo il 2050 avremo necessità di rimuovere più CO2 di quanta ne sarà emessa a livello globale.
climate positive
Qui rappresentato il concetto di Climate positive nella sua seconda definizione

Non esistono, ad oggi, standard internazionali relativi al claim di “Climate positivity”, per questo Rete Clima pone grande cura nello sviluppo in azienda di un percorso di decarbonizzazione che sia concreto e in linea con la scienza.

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Per approfondire:

Carbon Neutrality, Net Zero e Climate Positive: la decarbonizzazione aziendale raccontata attraverso i suoi termini

Da “carbon neutral” a “climate positive”: la nuova frontiera dell’azione climatica delle Aziende

Net Zero emission: cosa significa?

A differenza della Climate Neutrality, il Net Zero non è un concetto riferibile a un determinato anno soltanto, non è temporalmente “puntuale”. Indica invece un percorso di lungo termine con l’obiettivo di raggiungere “emissioni nette zero” intorno al 2050. Questo obiettivo è in linea con il target dell’Accordo di Parigi: limitare il riscaldamento globale a 1,5°C a fine secolo.

Tale percorso implica una drastica riduzione delle proprie emissioni di CO2 fino ad annullarle, o quasi, al 2050. Il “quasi” sta ad indicare che per alcuni settori, detti “hard to abate”, non sarà possibile abbattere totalmente le emissioni entro il 2050 per motivi tecnici o economici: si tratta di settori come l’aviazione, l’agricoltura, la siderurgia.

La Science Based Target Initiative (SBTi), punto di riferimento nell’ambito del Net Zero, richiede riduzioni delle emissioni GHG assolute in media del 90%, variabili a seconda del settore. Le emissioni “hard to abate” rimanenti, una volta raggiunto l’obiettivo di riduzione, dovranno essere rimosse permanentemente dall’atmosfera.

A differenza della Carbon/Climate Neutrality il Net Zero è un obiettivo Science Based, in quanto corroborato dall’analisi scientifica: “Nei percorsi simulati […] di 1.5°C, le emissioni globali antropogeniche nette di CO2 diminuiscono di circa il 45% rispetto ai livelli del 2010 entro il 2030 […], raggiungendo il net zero intorno al 2050” (IPCC).

Una strategia Net Zero è solida se l’obiettivo a lungo termine è supportato da obiettivi intermedi (a 5-10 anni per SBTi), fondamentali per non iniziare “troppo tardi” ed ottenere le riduzioni richieste al 2030.

Perché la strategia di offsetting adottata nella Carbon Neutrality non può funzionare per il Net Zero?

L’IPCC ha ribadito che, in un’ottica globale, la rimozione delle emissioni dall’atmosfera “è soggetta a molteplici limiti di fattibilità e sostenibilità” e “non [scientificamente] provata (IPCC), se non per la piccola parte di emissioni che non è altrimenti possibile ridurre nei settori “hard to abate”. In altre parole, siamo in grado di riassorbire dall’atmosfera solamente una parte assai limitata delle emissioni che produciamo. “Fare affidamento sulle tecnologie di rimozione è uno dei maggiori rischi per la nostra abilità di limitare il riscaldamento a 1,5°C.” (IPCC).

Stessa cautela deve essere adottata per le riduzioni realizzate al di fuori della propria value chain. Per raggiungere il Net Zero nelle emissioni globali, queste riduzioni dovranno comunque essere attuate, indipendentemente dalle strategie di “offsetting”.

La Climate Neutrality non può che essere, quindi, un’azione temporanea aggiuntiva al percorso di riduzione verso il Net Zero. Rete Clima è al lavoro per rendere chiaro alle aziende il contesto in cui la Climate Neutrality deve essere inserita.

L’immagine sotto ben esemplifica la differenza fra i due concetti:

net zero
La carbon neutrality potrebbe di fatto nascondere un aumento delle emissioni dell’impresa, scadendo di fatto nel greenwashing. Crediti: SBTi

Raggiungere il Net Zero richiede dunque, oggi:

  • il calcolo delle emissioni;
  • il calcolo di target di medio termine (5-10 anni), compatibili con la pianificazione aziendale (SBTi fornisce standard e strumenti a questo scopo);
  • la pianificazione di una strategia concreta per il raggiungimento di tali target e la sua messa in atto.

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Science Based Target initiative (SBTi): aziende protagoniste della decarbonizzazione

Carbon neutral e Climate neutral: cosa significano?

La Climate Neutrality è uno statement “di breve termine”. Indica che l’azienda opera un offsetting di tutte le emissioni di gas a effetto serra (GHG) generate durante l’anno.

Per offsetting si intende:

  • L’utilizzo di tecniche di rimozione dei gas serra dall’atmosfera, quali ad esempio la forestazione, il ripristino degli ecosistemi (chiamate Nature-based Solutions), o impianti di rimozione meccanica (detti di “Direct Air Capture”), etc.
  • L’acquisto di crediti che attestino l’avvenuta riduzione delle emissioni al di fuori della propria catena del valore, finanziando così, ad esempio, la sostituzione di una centrale fossile con un impianto rinnovabile in un Paese in via di sviluppo.

Quando il totale delle emissioni GHG generate nell’anno è pari al totale riassorbito o ridotto al di fuori della value chain, l’azienda può dichiararsi Climate Neutral.

Rispetto al termine Carbon Neutral, specifico per le emissioni di CO2, Climate Neutral fa in genere riferimento a tutti i gas serra (compresi i gas fluorati, il metano, l’ossido di diazoto, etc.).


La strada per la Climate Neutrality o per la divenire Carbon neutral richiede dunque:

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Carbon neutrality (e net-zero emissions)

PAS 2060: certificare la Carbon Neutrality

Decarbonizzazione aziendale: cosa significa?

Benchè sempre più spesso la comunicazione aziendale ne faccia uso, locuzioni quali Net Zero, Carbon Neutrality, Climate Positive sembrano non lasciare all’interlocutore una chiara idea del loro significato, che spesso si confonde fra un termine e l’altro. Insomma, c’è bisogno di chiarezza sul tema decarbonizzazione.

L’importanza del glossario per l’azione e la comunicazione climatica

Le dichiarazioni aziendali relative alla decarbonizzazione, in particolare i termini sopracitati, hanno un significato ben preciso e distinto. Affermare che la propria azienda sia Carbon Neutral non è equivalente ad annunciare che si intende perseguire il Net Zero o, nemmeno, che lo si è raggiunto. Un’azienda che intende divenire Climate positive, invece, può dichiarare con serenità di puntare ad essere Carbon Negative.

Strategia: Può sembrare una sottigliezza, ma, in realtà, utilizzare questi termini in maniera corretta è essenziale per costruire un buon piano di decarbonizzazione: Carbon Neutrality, Net Zero e Climate Positive, non sono altro che definizioni di diversi stadi di una strategia di mitigazione climatica ben costruita. Comprendere questi termini, dunque, significa comprendere come un’impresa virtuosa affronta la sfida della decarbonizzazione, primo passo per affrontarla con ordine.

“Essere Climate Neutral contribuisce al Net Zero? Meglio un obiettivo Net Zero o un obiettivo Climate Positive? O entrambi?”

Comunicazione: I termini, poi, sono il fondamento di una buona comunicazione climatica: essenziali per veicolare correttamente la propria posizione e le proprie intenzioni, il loro buon uso permette di evitare non solo di incorrere nel greenwashing, ma anche di vedere sottovalutato il proprio impegno.

Che cos’è l’impronta di carbonio?

L’impronta di carbonio (o “carbon footprint”) corrisponde alla misura della quantità totale dei gas ad effetto serra emessi in atmosfera dalle attività umane, misurata in termini di CO2eq (cioè “CO2 equivalente”: dato che la CO2 è il principale gas serra e viene quindi preso come riferimento per tutte le misurazioni: ad essa sono ricondotti tutti gli altri gas serra come, per esempio, il metano).

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La CO2eq è indice dell’impatto delle attività umane verso il sistema climatico terrestre (e nella conseguente generazione del riscaldamento climatico).

L’impronta di carbonio può essere calcolata per poi essere gestita, in termini di sua riduzione e compensazione, secondo un iter tecnico di decarbonizzazione ad elevato valore ambientale e climatico:

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In quali casi si emette CO2 (biossido di carbonio)?

Sono responsabili delle emissioni di CO2 e gas serra sia le attività industriali e produttive, sia le attività domestiche: entrambe generano emissioni in forma diretta o indiretta mendiante la mobilità, l’utilizzo di fonti e vettori energetici, mediante il consumo di prodotti e lo smaltimento dei rifiuti, durante l’uso del web e durante lo svolgimento di eventi.

Secondo i dati presentati dalla Commissione Europea alla COP 17 di Durban (Dicembre 2011) l’emissione pro capite italiana ammonta a 6,8 tCO2eq all’anno, pari a quella cinese, ed inferiore a quella europea (che è pari a 8,1 tCO2eq).

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Quali sono le conseguenze quando si produce un’ emissione di gas serra?

La CO2 e gli altri gas ad effetto serra prodotti dalle attività umane dopo l’emissione si accumulano nell’atmosfera, alterandone la composizione chimica e alterando il bilancio della radiazione in uscita dall’atmosfera.

Infatti, in conseguenza della loro capacità di trattenere calore, cioè la radiazione infrarossa emessa dalla Terra, il loro accumulo provoca un aumento dell’effetto serra naturale, generando un riscaldamento del clima terrestre.

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Cos’è l’effetto serra? E cos’è il riscaldamento climatico?

L’effetto serra è il fenomeno di termoregolazione naturale presente sulla Terra, permesso dalla composizione gassosa dell’atmosfera. Il riscaldamento climatico, frutto dell’incremento dell’effetto serra naturale, è l’innalzamento della temperatura media dell’atmosfera terrestre a causa delle significative emissioni di alcuni “gas ad effetto serra” da parte dell’uomo.

Dato che questi gas regolano il passaggio delle radiazioni solari attraverso l’atmosfera terrestre, il loro aumento di concentrazione “blocca” parte delle radiazioni infrarosse altrimenti in uscita dalla superficie terrestre: il risultato è un effetto di riscaldamento climatico che porta grandi e rilevanti conseguenze ambientali, specialmente a livello biologico e meteoclimatico, con significativi impatti sul sistema socio-economico umano.

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Qual è l’attuale portata del problema climatico?

Secondo il IV° Report dell’Ipcc (Inergovernamental Panel on Climate Change), reso pubblico nel 2007, la temperatura della superficie terrestre si è alzata di circa 1 °C nell’ultimo secolo, con un’accelerazione del riscaldamento durante gli ultimi due decenni, un fenomeno attribuibile primariamente alle attività umane (con il 99% di confidenza statistica). Le emissioni di CO2 sono superiori di circa il 40% rispetto al periodo precedente alla rivoluzione industriale, e la sua concentrazione atmosferica è al livello più alto degli ultimi 650.000 anni.

Secondo il più recente Rapporto speciale sul Riscaldamento Globale di 1,5°C, rilasciato sempre dall’IPCC nell’ottobre 2018, i prossimi 10 anni saranno determinanti dal momento che, se continuiamo a emettere gas serra ai ritmi attuali, raggiungeremo +1,5°C nel 2040.

Senza politiche di controllo delle emissioni e senza azioni anche volontarie per la mitigazione climatica, le concentrazioni di biossido di carbonio potranno essere molto molto maggiori dei livelli attuali, una situazione che potrebbe a sua volta causare conseguenze inaccettabili, e di cui già oggi abbiamo evidenze: riduzione dei ghiacci perenni, innalzamento del livello dei mari, perdita di habitat ed estinzione di specie viventi, fenomeni meteoclimatici estremi lungo tutto il pianeta, desertificazione, incremento della magnitudo degli uragani, inondazioni, aumento dei fenomeni di dissesto di versante e ancora molto altro.
Gli Stati mondiali hanno deciso di dotarsi di uno strumento per il contrasto al cambiamento climatico, il Protocollo di Kyoto, che opera esattamente in una logica di riduzione delle emissioni climalteranti e di loro assorbimento forestale.

Il futuro del pianeta, dell’ambiente, delle economie e delle società è strettamente legato ai cambiamenti climatici, che sono una sfida urgente e potenzialmente irreversibile

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Cosa significa l’espressione “carbon neutral”?

Un prodotto, un servizio, un processo o una Organizzazione sono carbon neutral quando si trovano in una situazione di carbon neutrality, cioè di zero-impatto climatico.

La carbon neutrality è il risultato del bilanciamento tra emissioni di gas serra generate ed emissioni riassorbite: la carbon neutrality è l’esito finale di un processo di quantificazione, riduzione e compensazione delle emissioni di CO2 generate da prodotti, servizi, Organizzazioni, eventi,…etc.

Diventare carbon neutral significa quindi farsi carico della propria impronta climatica e scegliere di rendere le proprie attività non impattanti verso il clima (carbon free), un obiettivo oggi sempre più strategico nell’ambito della governance e dell’azione-comunicazione delle aziende.

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In questa logica Rete Clima ha sviluppato il Percorso emissioni CO2 zero,  un iter tecnico per quantificare e ridurre le emissioni di gas serra, arrivando a compensare le emissioni residue e “non riducibili” fino alla carbon neutrality del prodotto/servizio o dell’Organizzazione. O di qualunque altro ambito di attività.

Ulteriori approfondimenti: carbon neutrality

Cos’è la compensazione di carbonio?

La compensazione di carbonio è un modo di controbilanciare le emissioni di gas serra, attraverso la riduzione o il riassorbimento dell’equivalente quantità di CO2 direttamente o indirettamente generata da una specifica attività umana.

Perché è importante compensare le emissioni di carbonio (CO2)?

Compensare la CO2 non è un obbligo di legge per molte aziende, ma è una scelta di responsabilità ambientale e di Corporate Social Responsibility.

Compensare la propria impronta di carbonio consente a ciascuno di diventare parte della soluzione al cambiamento climatico, attraverso il sostegno alla riduzione delle emissioni di CO2 in proporzione al proprio inquinamento.

Ricordiamo che ciascun soggetto economico dovrebbe primariamente ridurre la propria impronta di carbonio attraverso soluzioni tecniche ed organizative, operando la compensazione solo in un secondo tempo, per ridurre la propria impronta sul pianeta.

Perché “Se non sei parte della soluzione sei parte del problema. Fai la tua parte” (Al Gore).

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Ci sono strade per la compensazione di carbonio migliori di altre?

Oltre ad una riduzione verificabile dei gas serra, i progetti devono contribuire localmente allo sviluppo sostenibile: i progetti di Rete Clima® rispondono ad entrambi questi importanti e basilari requisiti, essendo realizzati in contesto urbano secondo una metodologia forestale che RINA ha validato conforme agli standard dell’Ipcc collegati all’attuazione del Protocollo di Kyoto.
I nostri progetti, identificabili alla pagina web www.reteclima.it/tool, promuovono la sostenibilità territoriale del territorio locale nazionale grazie alla sua rinaturalizzazione, alla prevenzione del consumo di suolo, all’educazione ambientale che viene realizzata verso gli stakeholder territoriali da parte di Rete Clima® contestualmente alla realizzazione della nuova forestazione.

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Le compensazioni di carbonio sono solo uno strumento per ridurre il senso di colpa?

Supportare i progetto di carbonio per azzerare gli impatti climatici delle attività personali e/o aziendali è un modo rendersi responsabili della propria impronta ambientale.

Rete Clima propone il Percorso “emissioni CO2 zero”, un iter di quantificazione, riduzione e compensazione delle emissioni residue, quindi la compensazione avviene come ultimo step nella gestione delle emissioni di gas serra: ricordiamo però anche che compensare le emissioni permette di sostenere progetti locali e/o internazionali che apportano importanti vantaggi a livello ambientale, sociale, di qualità della vita, economico (nei Paesi in Via di Sviluppo).

Ho la possibilità di verificare la mia compensazione?

Certo. Sul sito di Rete Clima è presente un tool di tracciabilità dei progetti di forestazione nazionale compensativa (www.reteclima.it/tool), per localizzare su mappa gli interventi compensativi forestali già realizzati e conclusi o in fase di espansione. Se vuoi puoi usare le coordinate geografiche e andare a vederli davvero……si chiama “tracciabilità”, un altro bel vantaggio del fare forestazione urbana in Italia.

In caso invece di sostegno ai progetti di sviluppo internazionali e certificati, ogni azienda può avere a disposizione uno spazio georeferenziato dove poter redicontare le azioni ed i luoghi della compensazione.

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