Negazionismo climatico e disinformazione

Ci ricolleghiamo all'altra notizia pubblicata su questo sito per citare un paio di riflessioni a proposito di negazionismo e disinformazione che da più parti ed in più momenti sono state operati da vari soggetti.

Iniziamo citando George Monbiot, che nel suo libro "Calore!" ha scritto: "Gli impatti dei negatori dei cambiamenti climatici, sponsorizzati da Exxon e Philip Morris, pur essendo stati particolarmente efficaci negli Stati Uniti, sono stati avvertiti in ogni parte del mondo. 

Mi è capitato di vedere le loro argomentazioni ripetute senza fine in Australia, Canada, India, Russia e nel Regno Unito. Dominando il dibattito mediatico sui cambiamenti climatici nel corso di sette o otto anni in cui sarebbero state necessarie urgenti conferenze internazionali, diffondendo costantemente il dubbio sui dati scientifici proprio quando avrebbero dovuto essere più convincenti, hanno giustificato ampiamente il denaro che i loro sponsor hanno investito su di loro. Credo che si possa dire in tutta onestà che l'industria professionale della negazione abbia ritardato di diversi anni un'efficace azione globale sui cambiamenti globali".

Esattamente come è stato storicamente realizzato dall'industria del tabacco, è stata sistematicamente realizzata una subdola campagna di disinformazione a proposito delle cause del cambiamento climatico.

E la logica della dinsiformazione è chiara: comunicando continuamente al cittadino il fatto che l'uomo non può essere univocamente idenficato dalla scienza come causa dei cambiamenti climatici instillano il tarlo del dubbio circa le sue responsabilità climatiche, svuotando di motivazione ogni sua possibile azione virtuosa.

E se l'uomo della strada non ha la convizione di essere concausa del riscaldamento climatico, perchè dovrebbe pensare a limitare le proprie attività per una tutela di quel clima che sembra cambiare per sole cause naturali?

Gli interessi a negare il cambiamento climatico sono di coloro che giovano da questo sistema economico, insostenibile, e non hanno interesse a modificarlo.

A questo proposito riteniamo illuminanti le parole di Muhammed al-Sabban, capo delegazione saudita all'ONU appena a seguito della COP 15 di Copenhagen, il quale parlando del cambiamento climatico ha detto che: "E' una delle più grandi minacce che il nostro Paese deve affrontare" (…) "persino peggio della concorrenza".

Ma la minaccia climatica qui viene letta al contrario, cioè come il rischio che il sistema economico globale si indirizzi verso un minore consumo di inquinante petrolio per una tutela dell'ambiente e del clima: una catastrofe per un Paese come l'Arabia che vive sulla esportazione del petrolio.

E a proposito degli accordi climatici ha aggiunto che: "...non c'è possibilità di accordo sul clima nel breve periodo".

Chi ha orecchie per intendere intenda.

Lo Staff di Rete Clima®

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