Mentre il mondo è in cerca di strade per ridurre le emissioni di gas serra, in Italia si vuole proseguire lungo la strada del carbone: il quale, lo ricordiamo, è un combustibile ad altissimo tenore di carbonio per unità di massa, tanto che il kWh da carbone genera una emissione che supera i 700 gCO2/kWh (a fronte di una emissione media del mix termoelettrico nazionale di circa 500 gCO2/kWh).
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Si è sempre pensato che dell’inquinante carbone ce ne fosse ancora in quantità, ma autorevoli studi sostengono che siamo vicini al picco del carbone.
E la Cina, che ormai va presa a riferimento per previdenza, sta pensando di limitare la produzione interna di carbone nel periodo 2011-2015: infatti il governo è preoccupato che le riserve stiano scendendo troppo velocemente a causa di un’economia in espansione incontrollata.
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Il recente studio la fine del carbone a basso prezzo pubblicato sulla rivista scientifica Nature conferma che il picco del carbone è vicino, esattamente come quello del petrolio: notizia interessante, dato che è diffusa la convinzione che le riserve di carbone sono ancora abbondanti.
Il saggio sul picco del carbone è stato pubblicato da Nature lo scorso 18 novembre, a firma di Richard Heinberg e David Fridley del Post-Carbon Institute, ed è stato ripreso anche da Bloomberg: secondo i due scienziati il picco della produzione di carbone è vicino: forse si verificherà fra un anno soltanto.
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La IEA (Internationa Energy Agency) avverte che in assenza di una chiaro accordo mondiale per la riduzione delle emissioni di gas serra il prezzo del petrolio rischierebbe ben presto di impennarsi.
Questo monito emerge da un articolo del Finantial Times che ha visionato l’anticipazione del World Energy Outlook 2010, lo studio annuale della IEA sulla situazione energetica mondiale che viene presentato oggi, 9 novembre.
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Abbiamo visto qui come alcuni settori del mercato globale si siano ormai orientati spontaneamente e decisamente verso “la green economy”: nel campo dell’energia, per esempio, gli investimenti verso le fonti energetiche pulite hanno ormai superato quelli verso le “fonti tradizionali” (fossili).
Suonano quindi tanto più fuori luogo tutti i casi in cui soggetti economico-finanziari o industriali tornano ad investire in maniera preponderante verso le fonti fossili, quasi come una azione anacronistica.
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Richard Heinberg, un famoso analista energetico americano, fa spesso un esempio pratico sull’importanza di prepararsi al picco del petrolio quanto prima per poter arrivare preparati al momento e poter assistere altre comunità o paesi.
Ecco il suo esempio: sugli aerei in caso di un’emergenza di depressurizzazione, chi è più pronto e preparato deve usare subito la maschera di ossigeno prima di poter aiutare il vicino di posto.
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Sul blog di Le Monde (Petrole – Cronache dall’inizio della fine del petrolio) è stata pubblicata una intervista in esclusiva a Robert Hirsch, autore dell’omonimo Hirsch Report del febbraio 2005, il primo documento ufficiale del Governo USA che analizza la problematica del picco di petrolio.
Nell’intervista al blog di Le Monde, rilasciata in occasione dell’uscita del suo libro, Hirsch parla della sua posizione circa l’imminenza del peak oil oltre che proporre rivelazioni su una sorta di “cospirazione del silenzio sul picco” operata a Washigton.
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La Cina potrebbe presto diventare il primo grande paese vittima del picco del petrolio.
In un interessante articolo di Tom Whipple, uno dei maggiori analisti statunitensi del picco del petrolio, pubblicato anche sul sito Post Carbon Institute in agosto, l’autore si chiede se il colosso asiatico sarà in grado di mantenere anche per i prossimi anni l’attuale frenetico tasso di crescita economica (che all’inizio di quest’anno l’incremento del Pil si avvicinava al 12%, grazie soprattutto agli effetti dei diversi pacchetti di stimolo finanziario).
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Parlavamo già qui dello studio di un think tank militare tedesco che analizza gli effetti del picco di petrolio sugli equilibri geopolitici ed economici a livello globale, rivelando la preoccupazione con cui il governo tedesco prende in considerazione una potenziale crisi energetica globale.
Lo studio, in origine segreto ma rivelato al grande pubblico dal settimanale Der Spiegel, è autentico: l’autenticità è stata confermata a Spiegel online da ambienti governativi anche se il Ministero della difesa tedesco ha rifiutato di commentare lo studio medesimo.
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Avevamo già trattato in passato di uno studio sul picco di petrolio condotto da militari: allora eravamo negli USA, ed il report del Pentagono analizzava gli effetti socio-politici e militari legati alla mancanza di petrolio sui mercati internazionali.
Ci risiamo: ancora militari, questa volta tedeschi, ed ancora uno studio sul peak oil (qui una sintesi in inglese).
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