Nature: l’inazione climatica ha costi notevoli (il rapporto Stern non ci ha insegnato nulla)

Nature: l’inazione climatica ha costi notevoli (il rapporto Stern non ci ha insegnato nulla)

Due i dati di fatto.

Il primo è che con le attuali e blande politiche climatiche internazionali si rischia certamente di superare l’obiettivo di contenimento dell' aumento della temperatura media globale entro i + 2°C, un valore ritenuto relativamente sicuro dal punto di vista degli effetti ambientali conseguenti sui vari comparti ambientali (un allarme peraltro non nuovo: basta ricordare i numerosi campanelli d'allarme lanciati in quresti mesi oltre che i report dell’OCSE e del MIT, della primavera 2012).

Il secondo è che l’ormai “datato” Rapporto Stern, seppur sempre attuale, già nel 2006 aveva mostrato “conti alla mano” che l’inazione nel contrasto al climate change avrebbe portato ad un incremento dei costi per la mitigazione climatica più che proporzionali rispetto al tempo fatto passare senza interventi decisi a contrasto del climate change.

Oggi, dopo la fallimentare COP 18 di Doha, compare su Nature l’articolo “Probabilistic cost estimates for climate change mitigation” realizzato da un pool di ricercatori principalmente collegati all’austriaco International Institute for Applied Systems Analysis (IIASA): l'articolo precisa che aspettare il 2020 senza aver fatto precedentemente entrare in vigore un accordo mondiale rivolto al contenimento delle emissioni climalteranti comporterà un rilevante incremento dei costi di mitigazione e di adattamento rispetto ai costi ipotizzabili nel caso di una azione immediata.

Il tempo di intervento è quindi la variabile fondamentale sia per il conseguimento degli obiettivi di limitazione del riscaldamento climatico globale entro i + 2°C, sia per ridurre i costi economici collegati alla sempre più necessaria ed crescente (con il passare del tempo) azione di contrasto al climate change.
Il quale si manifesterà con fenomeni meteoclimatici estremi, in un progressivo crescendo della loro frequenza ed intensità, così come anche in questo 2012 abbiamo avuto modo di verificare, determinando danni economici non banali.

Keywan Riahi, uno degli autori dell'articolo, alla Reuters: “Se si ritarda l’azione di 10 o 20 anni si riducono in modo significativo le possibilità di raggiungere l’obiettivo dei 2 °C. E’ ormai generalmente noto che i costi aumentano man mano che cresce il tempo di inazione, ma non è ancora chiaro quanto velocemente cambino”.

Il "OECD ENVIRONMENTAL OUTLOOK TO 2050: The Consequences of Inaction" della primavera 2012 ha invece provato a quantificare i costi del ritardo, precisando altresì che in relazione agli scarsi impegni climatici sottoscritti alla Cop 15 di Copenhagen (del dicembre 2009, mai migliorati nelle Cop successive) il clima globale è incamminato verso uno spaventoso aumento medio della temperatura di + 6°C e più.
Ma veniamo al punto: con quali conseguenze?
Danni difficilmente calcolabili agli equilibri ecosistemici (ed alla stessa esistenza del genere umano), traducibili in un danno economico quantificabile nel 14% del Pil globale: un valore enorme, a fronte di un impegno economico attuale pari allo 0,2% del PIL (all'anno) che oggi è stimato sufficiente per intervenire ai fini di una efficace mitigazione climatica.

Secondo il report dell’OECD (Organisation for Economic Co-operation and Development, OCSE in italiano), infatti, per stabilizzare la concentrazione di gas serra a 450 ppm (e riuscire così a rimanere entro un aumento della temperatura media terrestre di + 2 °C) basterebbero investimenti del 0,2% del Pil annuale mondiale, pari al 5,5% cumulativo da qui al 2050: rimandare l'azione sarebbe invece costosissimo, e avviando i prossimi tagli solo dal 2020 i costi da sostenere per arrivare al medesimo obiettivo al 2050 sarebbero ben più alti, pari al 14% del Pil mondiale.
Senza azione, invece, l’OCSE stima che al 2050 la domanda energetica globale aumenterà dell’80%, di cui l’85% soddisfatto dalle fonti fossili: in questo scenario i gas serra crescerebbero fino ad una concentrazione atmosferica di 685 parti per milione, un livello molto superiore a quanto raccomandato dai climatologi, con un aumento della temperatura media terrestre di un valore compreso tra i 3 ed i 6 °C rispetto al periodo pre-industriale.

Il Energy and Climate Outlook 2012 del MIT (Massachusetts Institute of Technology) è ancora più pessimista dal momento che, in riferimento agli impegni presi a Copenhagen, prevede un aumento delle emissioni di CO2 entro il 2100 di 3 volte rispetto ai valori attuali, con un raddoppio degli altri gas serra, determinando un aumento della temperatura media compreso tra i 3,5 ed i 6,7 °C.

Insomma, senza una rapida azione di mitigazione e di adattamento rischiamo di pagare molto di più per raggiungere obiettivi di relativa "sicurezza climatica" che oggi sarebbero raggiungibili a più basso costo: l’alternativa è la crescita incontrollata della temperatura, con prospettive ambientali ed economiche da brivido.


Lo Staff di Rete Clima®