Referendum #notrivelle (17 aprile): l’occasione per far conoscere la (curiosa) situazione estrattiva nazionale e per chiedere un futuro energetico rinnovabile

Referendum #notrivelle (17 aprile): l’occasione per far conoscere la (curiosa) situazione estrattiva nazionale e per chiedere un futuro energetico rinnovabile

Indipendentemente dal risultato, indipendentemente dalla irresponsabilità di chi non ha unito la consultazione referendaria con quella delle votazioni amministrative (determinando un extra costo di alcune centinaia di milioni di euro), indipendentemente da una parte degli uomini delle istituzioni che chiedono di non andare a votare per il Referendum (peraltro commettendo un reato, di natura penale), qualche merito questo Referendum l’ha già.

Ha infatti il merito di aver contribuito a far luce sul sistema estrattivo nazionale e di aver aggregato e reso pubblica una forte domanda verso un futuro energetico “green” in Italia.

Parlando del sistema estrattivo nazionale, il Referendum ha infatti permesso di portare all’attenzione il fatto che:

* in Italia esistono 88 piattaforme di estrazione di gas e petrolio entro le 12 miglia marine dalla costa, alcune vetuste e comunque non più produttive (circa il 40%, anche se alcune di queste sono registrate come non attive nel prelievo ma solo in quanto sono a supporto di piattaforme operative) e non ancora smantellate: complessivamente queste piattaforme prossime alle costa producono il 27% del totale del gas e il 9% di greggio estratti in Italia;

trivelle
* le estrazioni di gas e di petrolio ad oggi sono affidate a numerose compagnie estrattive, nazionali e straniere, nell’ambito di concessioni che hanno una durata iniziale di 30 anni e sono poi prorogabili per altre due volte (con durata di cinque anni ciascuna) + altri 5 anni possibili. In totale: 40-45 anni;

* il contributo di gas e petrolio nelle riserve italiane è marginale dentro il quadro dei consumi energetici nazionali, oggi sostenuti da una quota più che predominante di import (discorso diverso per le fonti rinnovabili, tutte a produzione “nazionale”):

petrolio iraliano

Dal report “TASSAZIONE DELLA PRODUZIONE DI GAS E PETROLIO IN ITALIA: UN CONFRONTO” (2012) di Nomisma Energia (da cui sono estratti questi grafici, in allegato a questo articolo): “Fra i Paesi che consumano petrolio e che hanno ingenti riserve d’idrocarburi, la loro modesta presenza sul territorio italiano, fa sì che il nostro Paese giochi un ruolo minore”:
gas italiano

* ad oggi è vietato realizzare nuove attività di ricerca, prospezione e coltivazione di idrocarburi gassosi o liquidi entro le 12 miglia: il referendum potrà quindi avere effetto solo sugli impianti già in essere;

* la captazione di petrolio e gas genera subsidenza, un fenomeno che –approssimando e semplificando- è più acuto nei suoi effetti sulle strutture umane quanto più il sito di estrazione è prossimo alla costa (dossier in allegato);

* lo “Sbloccaitalia” del Governo Renzi, che contiene anche l’emendamento sul sito estrattivo di Tempa Rossa in Basilicata che è costato il ministero (dello Sviluppo Economico) all’ormai ex Ministro Guidi, prevede che le concessioni estrattive potranno diventare senza scadenza: dai 40-45 anni di cui sopra le licenze potranno invece estendersi fino all’esaurimento fisico del pozzo, con una crescita della difficoltà nell'avvio della messa in sicurezza del sito di captazione a fine vita del pozzo....semplicemente sospendendo l'estrazione poco prima della sua fine;

Voting slip putting a cross in a box* sempre nello SbloccaItalia sono stati posti anche dei pesanti limiti alla possibilità alla partecipazione delle Regioni ai processi decisionali relativi ai permessi di estrazione (nell’ambito del precedente strumento autorizzativo denominato “Piano delle aree”);

* i canoni per la prospezione, ricerca, coltivazione e stoccaggio in Italia hanno valori economici bassissimi;

* il gas ed il petrolio italiano che vengono estratti non sono dello Stato, nel senso che quanto viene captato è di proprietà delle aziende che si sono aggiudicate le concessioni per l’estrazione, le quali (in teoria) pagano in cambio allo Stato italiano le royalty su quanto estratto (in teoria);

royalty* le royalty, cioè le somme economiche che le Aziende pagano allo Stato per l’estrazione delle risorse energetiche non rinnovabili, sono molto basse rispetto ad altri Stati (e pari al 10% dei ricavi per il gas e al 7% per il petrolio in mare - Fonte: Nomisma Energia), tanto che Edoardo Zachini (Legambiente) precisa che: “In Danimarca dove non esistono più royalties, ma si applica un prelievo fiscale per le attività di esplorazione e produzione, questo arriva fino al 77%. In Inghilterra può arrivare fino all’82%, mentre in Norvegia è al 78% a cui però bisogna aggiungere dei canoni di concessione”;

* esistono delle quote annuali fisse di estrazione di gas e di petrolio che sono esenti dalle pur basse royalty nazionali: si tratta delle prime 20.000 tonnellate di petrolio e 25 milioni di metri cubi di gas estratti in terraferma così come le prime 50.000 tonnellate e 80 milioni di metri cubi in mare, esenti dal pagamento di ogni tassa allo Stato;

* date queste condizioni di favore, secondo il recentissimo dossier di Greenpeace “Vecchie spilorce” (che analizza i dati sul sito del ministero per lo Sviluppo economico, in allegato a questo articolo) si verifica come il 73% delle piattaforme situate entro le 12 miglia marine dalle coste italiane sia ad oggi non operativo, o caratterizzato da una così bassa erogazione da NON versare neppure un euro alle casse pubbliche;

soldi_negazionismo_climate_change* le royalty annuali pagate allo Stato valgono tra i 350 ed i 400 milioni di euro;

* il mancato accorpamento del referendum con le elezioni amministrative costa circa quanto una annualità di royalty (quindi oltre 300 milioni di euro);

* quand’anche vincessero i SI e tra qualche anno gli impianti entro le 12 miglia verrebbero chiusi (a naturale scadenza delle concessioni, quindi tra qualche anno), non avremmo nessun aumento di petroliere perché si tratta prevalentemente di impianti di estrazione di gas che, se anche arriva dall’estero, viaggia via…..metanodotto!;

* il mantra per cui “mentre noi parliamo in Croazia trivellano” è semplicemente falso, dal momento che tutte le concessioni sono state bloccate proprio per timore di effetti sull’importante business turistico.

no_trivAl di là dei dati sopra esposti, questo momento di dibattito in vista del referendum ha mostrato ancora una volta che in questo strano Paese si fa il solito minestrone di questioni (più o meno vere e più o meno ragionevoli), portando come cavallo di battaglia anche il solito tema della perdita di posti di lavoro……che in questo caso però c’entra molto poco, dato che si tratterebbe teoricamente di qualche decina di persone considerato che le attività estrattive sono a bassa “intensità lavorativa” (indotto escluso): parlando di perdita di posti di lavoro sarebbe invece più sensato parlare delle conseguenze lavorative della costante disincentivazione alle fonti rinnovabili di questi ultimi anni, ha invece certamente già fatto perdere una cifra stimata in 60.000 posti di lavoro. Ma di questi nessuno dice niente, nessuno se ne preoccupa!

Sottolineiamo inoltre che questo Referendum andrà a toccare solo una quota minoritaria delle piattaforme (21 piattaforme, cioè quelle entro le 12 miglia dalla costa quali: 7 in Sicilia, 5 in Calabria, 3 in Puglia, 2 in Basilicata, 2 in Emilia Romagna, 1 nelle Marche, 1 in Veneto) e non avrà alcun effetto immediato dato che chiede solo di non ampliare la durata quarantennale delle concessioni, come era storicamente. Stiamo quindi parlando di una consultazione referendaria che, quandanche vedesse vincere i “SI contro le trivelle” (nei referendum nazionali, di natura solo abrogativa, per vietare qualcosa serve votare SI), non porterebbe a niente nel breve periodo.

E allora a cosa servirà votare? E la vincita dei SI cosa determinerà?

Servirà a dare un messaggio: infatti, a fronte di una sistematica azione di danneggiamento delle fonti rinnovabili nel Paese da parte del presente Governo Renzi (al contrario rispetto ai suoi slogan elettorali che puntavano in direzione opposta, salvo poi lodare dall’estero la situazione positiva circa la produzione energetica rinnovabile in Italia peraltro merito solo dei suoi predecessori), il momento referendario diventa davvero un momento per far chiedere un cambio di rotta nelle politiche energetiche del Governo.

no triv 3

Si conti soltanto che le politiche di sostanziale disincentivazione delle fonti energetiche rinnovabili perpetrate da questo Governo Renzi, essenzialmente basate su:
azione retroattiva di limitazione degli incentivi alle fonti energetiche rinnovabili (“spalma incentivi”);
tempistiche autorizzative fuori controllo, a penalizzare l’avvio degli impianti a FER (con particolare riferimento all’eolico);
normative poco chiare ed incomplete (o proprio assenza di normative tecniche, come per il dispacciamento in rete del biometano per esempio) che penalizzano settori potenzialmente molto interessanti (dal biometano al solare termodinamico)
hanno determinato un calo enorme degli investimenti nazionali verso le fonti rinnovabili, i quali sono passati dai 31 miliardi di dollari del 2011 a meno di 1 miliardo nel 2015!

Prendiamo in prestito le parole del collega Umberto Mazzantini su Greenreport.it, che ci sembrano rappresentare al meglio la situazione: “Un referendum che, per la caparbia volontà del governo Renzi/Guidi di tenerlo e di farlo al contempo fallire, ha assunto un aspetto che va oltre il semplice quesito e il destino delle concessioni petrolifere e gasiere entro le 12 miglia: le dimissioni di un ministro della Repubblica, l’intreccio affaristico e la svendita di risorse e territorio, ci confermano che andare a votare il 17 aprile sarà un segnale per dire che l’Italia vuole uscire dal petrolio e dall’era fossile. Perché il petrolio è il passato, un passato fatto di corruzione, intrighi, guerre e inquinamento”.

rossella_muroniConcludiamo con le parole di Rossella Muroni, Presidente di Legambiente: “Quando si parla di petrolio la posta economica in gioco è altissima: secondo l’ultimo studio del Fondo monetario internazionale nel 2015 i sussidi alle fonti fossili sono stati pari a 5300 miliardi di dollari (10 milioni di dollari al minuto), tanto quanto il 6,5% del Pil mondiale e più della spesa sanitaria totale di tutti i governi del mondo. Andare a votare il 17 aprile significa dare un segnale sulla politica energetica che vogliamo. Questo referendum ha una valenza che va ben oltre il quesito sulla durata delle concessioni di ricerca ed estrazione di petrolio e gas entro le 12 miglia: è una presa di posizione sul futuro e il presente che costruiamo per le persone e i territori. Una presa di posizione –politica economica e morale – che lo scandalo lucano e le dimissioni del ministro Guidi rendono ancora più urgente”.

Per i “Responsabili” che parlano con raziocinio (?!) e senso del vero (?!) circa il fatto che le rinnovabili non sono sufficienti per coprire i consumi nazionali, e per ancora molti anni servirà puntare sulle fonti fossili, semplicemente diciamo che non è del tutto vero: al netto degli incentivi (molto maggiori per le fonti fossili) le fonti energetiche rinnovabili costano meno, anche perchè non hanno costi produttivi marginali (cioè: sole e vento sono gratis, petrolio e metano no!) né hanno bisogno di piattaforme e trivelle........e in pochi anni sono arrivati a valori di produzione elettrica inimmaginabili, facendo paura al sistema energetico “tradizionale”.
Se solo si evitasse di danneggiarne lo sviluppo, le fonti rinnovabili potrebbero in poco tempo (tornare a) mostrare il loro potenziale di crescita che potrebbe arrivare in pochi anni a soddisfare una parte importantissima del fabbisogno energetico nazionale e, in presenza di storage di accumulo (comprese le batterie delle auto elettriche, una situazione neppure troppo futuribile!) e di backup rinnovabili (biomasse, idroelettrico), potrebbero anche essere supportate nella loro evidente discontinuità di generazione elettrica.

Serve quindi proseguire con forza lungo questa strada di generazione verde e diffusa, quindi votare SI (per dire no alle trivelle) diventa oggi più che mai una “scelta politica”, una richiesta di una nuova direzione nella politica energetica.

Che non fa piacere ai grandi gruppi energetici, questo è chiaro, ma che è l’inevitabile futuro per la generazione sostenibile di energia su questo nostro pianeta.

Lo Staff di Rete Clima®

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