Aziende esposte ai rischi derivanti dal deterioramento del capitale naturale

Aziende esposte ai rischi derivanti dal deterioramento del capitale naturale

Le aziende sono sempre più esposte a rischi derivanti dall’esaurimento del “capitale naturale”: costi più elevati dovuti alla scarsità delle risorse, all’azione normativa e alla pressione esercitata dalle comunità e dalla società in generale.

Ma cosa si intende per “capitale naturale”?

Il capitale naturale

Il capitale naturale è costituito dall'insieme degli stock di risorse naturali quali acqua, foreste, aria pulita, biodiversità, che nel complesso offrono agli esseri umani risorse e servizi per una vita sana e che consentono l'attività economica: è anche un modo di pensare alla natura come a uno stock che procura un flusso di benefici a favore delle alle persone e all'economia.

I beni ed i servizi che il capitale naturale fornisce sottoforma di cibo, acqua, materie prime, protezione dal rischio idrogeologico, assorbimento dell'inquinamento, tutela della biodiversità,...etc. sono chiamati servizi ecosistemici: essi sono alla base di tutte le attività economiche.

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Fonte: Exploring Natural Capital Opportunities,Risks and Exposure: A practical guide for financial institutions

Qualsiasi cambiamento negativo del capitale naturale ha quindi un potenziale effetto negativo sulle Aziende che da esso dipendono.

L’NCFA (Natural Capital Finance Alliance), insieme all’UNEP-WCMC (UN Environment Programme World Conservation Monitoring Centre), definiscono il rischio da capitale naturale come “il rischio di riduzione o interruzione dei benefici che gli esseri umani e la loro economia ricevono dalla natura, a causa del cambiamento ambientale (NCFA, 2018).

Oggi, le risorse naturali si trovano in una situazione di estremo degrado, tanto che, secondo il “Global Risks Report 2021” del World Economic Forum (WEF), la perdita di biodiversità e il danno ambientale dovuto all’uomo costituiscono due dei primi sei rischi per l’umanità in termini sia di probabilità, sia di impatto.

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Impatto e probabilità percepita dei rischi globali. Fonte: Global risks report 2021

Le attività umane hanno già alterato gravemente il 75% del suolo terrestre e il 66% degli ambienti marini: il 25% delle specie vegetali e animali è minacciato da azioni umane, con un milione di specie in via di estinzione, molte delle quali nel giro di decenni.

Le principali cause della degradazione sono il cambiamento di uso del suolo e del mare, il cambiamento climatico, lo sfruttamento delle risorse, l’inquinamento e l’importazione di specie aliene.

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L'attività umana sta erodendo le fondamenta ecologiche del pianeta. Fonte: Nature Risk Rising - WEF

I settori più esposti al rischio di deterioramento del capitale naturale - 1

Nel 2020, in vista del vertice della “UN Biodiversity Conference" - Convenzione delle Nazioni Unite sulla diversità biologica (COP15)”, rimandato ad ottobre 2021 a causa del Coronavirus, il World Economic Forum ha lanciato una serie di report sulla New Nature Economy (NNE).

Il raporto “Nature Risk Rising. Why the Crisis Engulfing Nature Matters for Business and the Economy”, lanciato a inizio 2020, è il primo della serie ed ha lo scopo di spiegare “come i rischi legati alla natura siano importanti per il business, perché devono essere urgentemente integrati nelle strategie di gestione del rischio aziendali e perché è fondamentale dare priorità alla protezione degli asset e dei servizi della natura all'interno della più ampia agenda di crescita economica globale”.

Sulla base di precedenti analisi di UNEP WCMC e NCFA, il WEF ha preso in esame ben 163 settori produttivi e la loro catena di approvvigionamento, individuando il loro grado di dipendenza da 21 servizi ecosistemici.

Fra i settori che mostrano la più elevata dipendenza dal capitale naturale, e quindi la maggiore esposizione al rischio legato alla sua degradazione, compaiono il settore edile, l’agricoltura e il food and beverages: essi dipendono infatti direttamente dallo sfruttamento delle risorse, ma anche dai servizi ecosistemici quali suoli in salute, acqua pulita, impollinazione e un clima stabile.

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Fonte: WWF

La sopravvivenza delle specie alimentari di cui ci nutriamo – peraltro caratterizzate da bassa variabilità genetica – dipende in modo critico da tali servizi: ad esempio, più della metà del cibo nel mondo proviene solamente da riso, grano e mais, che già soffrono perdite annue fino al 16% della produzione totale a causa delle specie infestanti.

Anche nel secondario e terziario, diversi settori hanno dipendenza notevole, spesso nascosta nelle loro catene di approvvigionamento: fra questi il settore chimico, quello dei viaggi e del turismo, l’industria estrattiva, quella dei trasporti e il retail.

In totale, le industrie altamente dipendenti dalla natura generano il 15% del PIL globale, mentre quelle moderatamente dipendenti il 37%. Il valore totale dipendente dal capitale naturale, dunque esposto al rischio della sua degradazione, è quindi pari a 44 trilioni di dollari, circa la metà del PIL mondiale.

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Regioni quali Africa o India presentano la più alta percentuale del PIL esposta al rischio da capitale naturale. In termini assoluti, invece, sono le economie più grandi a riscontrare i più elevati importi del PIL in questi settori (2,7 trilioni di dollari la Cina, 2,4 l'UE e 2,1 gli Stati Uniti). Nessuno, insomma, può ritenersi estraneo al problema.

I settori più esposti al rischio di deterioramento del capitale naturale - 2

E' da segnalare anche un secondo è più datato studio prodotto da Allianz Global Corporate &AH2& Specialty (AGCS) nel 2018, dal titolo "MEASURING AND MANAGING ENVIRONMENTAL EXPOSURE - A BUSINESS SECTOR ANALYSIS OF NATURAL CAPITAL RISK" (scaricabile a seguito), che collega i rischi rispetto all'uso ed alla dipendenza del capitale naturale alle aziende di vari settori produttivi.

Questo studio, che risponde alla domanda di come l'attività delle aziende dipenda dalle risorse naturali (acqua, energia, materie prime, spazio fisico, habitat naturale), è stato realizzato su un campione di oltre 2.500 aziende ed ha misurato il grado di esposizione dei singoli settori produttivi e le azioni di mitigazione attivate, ripartendole secondo il livello di rischio come nel grafico a seguito:  

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La prima area, definita "zona a rischio", raccoglie Aziende molto esposte per la loro stessa natura e/o Aziende in cui i rischi sono cioè generalmente maggiori delle attività di mitigazione da esse messe in campo: la seconda area, la "zona intermedia", raccoglie Aziende in cui i rischi verso il capitale naturale sono sostanzialmente bilanciati da azioni di mitigazione: la terza area è la "zona sicura", cioè un'area che raggruppa Aziende di settori produttivi che generalmente non sembrano affrontare rischi elevati, e/o sono ragionevolmente ben preparati.

Gli indicatori considerati sono: biodiversità, emissioni gas, produzione e criticità dei rifiuti, acqua (dipendenza dalle risorse idriche e inquinamento) e il gap tra questi e le azioni di mitigazione adottate dentro le Aziende.

Nella zona più critica sono presenti le Aziende del settore petrolifero, del gas e minerarie, a rischio per la natura stessa delle loro attività economiche, poi il settore dei trasporti per il suo impatto sulla biodiversità e per le emissioni di CO2 e gas serra (aumentate del 250% dal 1970 ad oggi, fino a rappresentare il 23% di tutte le emissioni globali). Compare qui anche il settore food & beverage, a causa della sua elevata dipendenza dal capitale naturale nelle sue filiere di approvvigionamento.

Nella zona intermedia si collocano invece il settore moda insieme a edilizia, chimica, industria farmaceutica, automotive e manifattura in genere: analizzando - in particolare - il comparto moda (tessile e pelle) il report indica come le azioni di mitigazione siano relativamente alte e riferite a gestione dell’acqua, dei rifiuti e delle emissioni di gas serra, mentre sia critica la gestione della biodiversità sia in termini di dipendenza che di impatto. Il riferimento è soprattutto alle colture intensive del cotone, agli allevamenti animali per la produzione di pelle e cuoio e ai loro effetti sull’ambiente.

Nella zona sicura è invece presente la sola industria delle telecomunicazioni.

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Dipendenze dal capitale naturale

Ma come si concretizza il rischio da capitale naturale per le imprese? E a che punto siamo nel suo riconoscimento e nella sua successiva gestione?

Purtroppo la comprensione di come la perdita di capitale naturale abbia effetti sulle imprese è abbastanza limitata, soprattutto a causa del fatto che questo capitale è “nascosto”, o incorrettamente rendicontato, nelle catene di approvvigionamento.

Ci sono tre modi in cui la perdita di natura può creare rischi per le imprese:

  • l’Azienda è direttamente dipendente dalla natura nelle proprie operazioni, nella propria catena di approvvigionamento, e/o nel mantenimento della sicurezza e della continuità del business.

  • l’Azienda può subire i contraccolpi del proprio impatto negativo sul capitale naturale per via dei rischi normativi, legali, reputazionali e di mercato (vedi sotto) che da esso discendono.

  • l’Azienda è dipendente dai sistemi sociali e quindi, indirettamente, dalla natura. Oltre al loro contributo alle attività economiche, i servizi ecosistemici forniscono infatti beni e servizi pubblici vitali a cui le società umane si affidano per il loro funzionamento: ne deriva che la perdita di capitale naturale può anche portare danni al contesto sociale in cui le imprese operano. Innanzitutto, si può generare un rischio per la salute umana, come tristemente evidenziato dall’epidemia di Covid-19, originatosi da zoonosi (il salto di specie, dagli animali all’uomo). Tale fenomeno è già oggi favorito dalla distruzione degli ecosistemi e dalla deforestazione selvaggia. Il degrado della natura e il cambiamento climatico contribuiscono alla carenza d'acqua, e ciò sta alla base di controversie e conflitti, accrescendo il rischio geopolitico e i flussi emigratori: un noto esempio di questa relazione è la siccità che ha dato origine alla guerra civile siriana. Dato che tre quarti della popolazione mondiale a basso o moderato reddito vivono in zone rurali, la perdita di beni naturali e servizi ecosistemici ha infine un profondo effetto sulla povertà e sulla prospettiva di sviluppo economico da parte dei paesi poveri.

Fonte: Pixabay/Jose Antonio Alba

Tipologie di rischi legati al capitale naturale

Come riportato nel sopraccitato report WEF, le categorie di rischio legate al capitale naturale sono le seguenti:  

  • Rischi fisici: analogamente a quanto accade con tempeste, inondazioni e altri eventi estremi accentuati dal riscaldamento climatico, i danni arrecati al capitale naturale possono comportare rischi diretti per le operazioni aziendali e le catene del valore. È il caso, ad esempio, dell'aumento del rischio idrogeologico a seguito di deforestazione per il settore immobiliare, o del rischio legato alla reperibilità di alcuni componenti utilizzati dall’industria cosmetica (il burro di Karitè, l’olio di Argan), ricavati da specie minacciate da deforestazione e degradazione dei suoli;

  • Rischi di mercato: il cambiamento nell’offerta da parte dei concorrenti può minacciare i prodotti o i servizi dell’azienda, rendendoli meno appetibili sul mercato. Lo stesso vale per le variazioni nella domanda: l’opinione pubblica si sta progressivamente mobilitando a favore dell’ambiente, con conseguenze notevoli sui ricavi di settori produttivi riconosciuti non green;

  • Rischi reputazionali: oltre alla domanda e al valore del brand, la cattiva reputazione in termini ambientali può compromettere anche la disponibilità di finanziamenti: le agenzie di rating hanno iniziato a includere le disclosures ambientali nelle loro valutazioni e gli investitori istituzionali chiedono alle Aziende più responsabilità in termini di valutazione e riduzione del proprio impatto ambientale.

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Fonte: Pexels/Pok Rie

Per i diversi settori produttivi, valutare la propria esposizione nei confronti del capitale naturale è essenziale nell'ambito delle "storiche! valutazioni di risk assessment che oggi ha senso che vengano estese lungo la filiera di approvvigionamento aziendale.

Il risk assessment, svolto nelle aziende con particolare riferimento allo standard ISO 31000 - "Gestione del rischio - Principi e linee guida" ed alla prassi di riferimento UNI/Pdr 18:2016 - “Responsabilità sociale delle organizzazioni - Indirizzi applicativi alla UNI ISO 26000", oggi si qualifica quindi come strumento cardine per garantire la sicurezza e la continuità dell'attività aziendale e della sua produzione di valore anche rispetto alle istanze ambientali, dall'approvvigionamento delle materie prime, alla lavorazioni in azienda, alle fasi di distribuzione-uso-fine vita dei prodotti.

Come gestire il rischio correlato alla natura?

Risulta evidente come per le imprese sia ormai urgente identificare, valutare e divulgare i rischi legati al capitale naturale, come avviene già di routine per i rischi climatici.

Per gli autori del report del WEF, questi rischi dovrebbero essere integrati negli esistenti processi relativi al ERM (Enterprise Risk Management - gestione del rischio d'impresa) ed al ESG (Environmental, social and corporate governance - ambiente, processi sociali e di governance), nonché nelle decisioni sugli investimenti e nella rendicontazione finanziaria e non finanziaria, utilizzando un quadro simile per tutte le categorie di rischio ambientale.

Si suggerisce di utilizzare il quadro proposto dalla Task Force on Climate-related Financial Disclosures (TCFD, creata dal Financial Stability Board nel 2015), che molte grandi imprese hanno già adottato per i rischi climatici, anche per la gestione dei rischi naturali.

Gli aspetti che rendono questo framework così appetibile sono:

  • Materialità finanziaria: la TCFD va aldilà delle metriche non finanziarie classiche della sostenibilità poiché richiede valutazione e divulgazione dei potenziali rischi finanziari.

  • Governance: la TFCD raccomanda che la divulgazione venga effettuata nei bilanci annuali rivisti da terze parti, in accordo con le leggi del paese in cui opera l’impresa. Ciò coinvolge direttamente il livello di executive board, anziché solo quello del dipartimento di sostenibilità.

  • Business-centric: Il quadro TCFD è stato sviluppato con il contributo di un'ampia gamma di imprese e investitori ed è quindi abbastanza flessibile da consentire l’incorporazione dei rischi da capitale naturale nei sistemi ERM delle imprese e in altri processi di rischio aziendale di base: si basa infatti su temi, metriche e obiettivi ben noti ai professionisti della gestione del rischio.

Considerando il notevole impatto dei rischi sistemici generati dalla perdita di natura al sistema finanziario, gli esperti del WEF suggeriscono anche ai governi e alle autorità di regolamentazione di mettere in campo azioni strategiche e politiche, compresa la possibilità dell'estensione della disclosure del rischio climatico al rischio naturale.

Per tutti questi motivi nel luglio 2020 sono iniziati i lavori per la creazione di una “Task-force on Nature-related Financial Discosures”, la cui finalizzazione è prevista per la seconda metà del 2021.

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Elementi chiave delle Climate-related financial disclosures secondo la TCFD

In conclusione: anche per il mondo delle imprese è ora di agire

Il monito degli autori del report del WEF alle Aziende rispetto al capitale naturale è chiaro:

“Dal momento che è sempre più richiesto dare ragione delle proprie strategie di business a questo riguardo, è probabile che i costi aumentino per le imprese che non hanno cominciato a includere la natura nel nucleo delle loro operazioni aziendali. Le aziende che ignorano questa tendenza saranno lasciate indietro, mentre quelle che hanno abbracciato questa trasformazione sfrutteranno nuove opportunità”

A nostro parere, in particolare ci sono due strade che potrebbero essere percorse dalle Aziende per internalizzare concretamente la gestione del rischio ambientale dentro la propria struttura di business: il pagamento dei servizi ecosistemici e la semi-sconosciuta pratica del carbon insetting.

ET e PV per Rete Clima


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