Agenda 2030: gli obiettivi ambientali di sviluppo sostenibile. SDG 13 e 14 – Lotta contro il cambiamento climatico e Vita sott’acqua

Agenda 2030: gli obiettivi ambientali di sviluppo sostenibile. SDG 13 e 14 – Lotta contro il cambiamento climatico e Vita sott’acqua

Nell’articolo "Agenda 2030: gli obiettivi ambientali dello sviluppo sostenibile. SDG 6 – Acqua pulita e servizi igienico-sanitari" abbiamo introdotto il tema degli SDGs, gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite al 2030.

Essi esplicitano la forte interdipendenza fra conservazione ambientale, sviluppo sociale e sviluppo economico.

Il secondo obiettivo relativo all’ambiente nell’ordine assegnato dalle Nazioni Unite, dopo l’SDG 6 “Acqua pulita e servizi igienico-sanitari”, è il 13: “Lotta contro il cambiamento climatico”.

Obiettivo 13: Adottare misure urgenti per combattere il cambiamento climatico e le sue conseguenze

Una delle principali e più urgenti crisi ambientali è proprio il cambiamento climatico. Esso rappresenta una sfida centrale per lo sviluppo umano ed è un problema globale che non riguarda solo il futuro, ma anche il presente: già ora stiamo sperimentando le sue conseguenze, fra cui aumento del livello del mare, l'aumento in frequenza ed intensità dei fenomeni meteorologici estremi (siccità, ondate di calore, precipitazioni estreme, etc.), acidificazione delle acque, maggiore probabilità di pandemie, riduzione della resa agricola, migrazioni climatiche e, purtroppo, tanto altro.

Se non verranno messe in atto azioni di mitigazione più incisive, si stima che a causa del cambiamento climatico il crollo del PIL per i paesi del G7 sarà al 2050 il doppio di quanto sperimentato durante la pandemia e, quel che è peggio, non vi sarà ripresa o rimbalzo alcuno.

Dal 1880 al 2020 la temperatura media globale è aumentata di circa +1.2°C°, livello molto vicino alla soglia critica di 1.5°C, oltre la quale gli impatti climatici sulla civiltà sarebbero devastanti. L’ultimo decennio, 2011-2020, è stato il più caldo in assoluto; il 2020 è stato uno dei tre anni più caldi, dopo il 2019 e il 2014.

Le emissioni di gas climalteranti di origine antropogenica sono la causa unanimemente riconosciuta del cambiamento climatico e sono in continuo aumento: nel giugno 2021 la stazione di rilevamento di Mauna Loa nelle Hawaii ha rilevato una concentrazione di CO2 in atmosfera pari a 419,13 ppm, circa 1.5 volte il livello preindustriale.

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NOAA, osservatorio Mauna Loa. Concentrazione di anidride carbonica in atmosfera nel tempo.

Cosa possiamo fare per arginare l’emergenza climatica?

Con l’Accordo di Parigi del dicembre 2015 (parte integrante dell’Agenda 2030), si è stabilito di contenere l’incremento della temperatura media globale molto al di sotto dei 2°C rispetto ai livelli preindustriali, perseguendo tutti gli sforzi per limitarlo a 1,5°C. A tal fine le emissioni globali di anidride carbonica devono ridursi di circa il 50% entro il 2030 (rispetto ai livelli del 2010) fino a raggiungere quota zero emissioni nette entro il 2050.

L’accordo è stato ratificato da 186 paesi e si basa sui cosiddetti NDCs (Nationally Determined Contributions), obiettivi stabiliti dai singoli Paesi a livello nazionale, in maniera autonoma e volontaria, per contribuire all’obiettivo generale. L’Unione Europea, per esempio, entro il 2030 intende ridurre le emissioni del 55% (rispetto a quelle del 1990), aumentare del 27% l’utilizzo di fonti energetiche rinnovabili e realizzare infine un’economia “climaticamente neutra” entro il 2050.

Purtroppo, tenendo conto degli obiettivi climatici fissati nel recente US summit tenutosi per iniziativa del neoeletto presidente americano Joe Biden, le più recenti analisi mostrano che siamo indirizzati su una traiettoria di +2.4°C a fine secolo.

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Proiezioni di emissione al 2100 secondo Climate Action Tracker

Da ultimo ricordiamo anche il Sendai Framework for Disaster Risk Reduction 2015-2030. Entrato in vigore il 15 marzo 2015, è un quadro di riferimento per le politiche climatiche, valido fino al 2030, che mira a ridurre il rischio di disastri ambientali (riduzione del numero di vittime causate da disastri, riduzione della perdita economica diretta, aumento del numero di Paesi con strategie di riduzione del rischio di disastri).

I target dell'SDG 13

Purtroppo, molte conseguenze del riscaldamento climatico persisteranno per secoli anche dopo la riduzione delle emissioni climalteranti. Inoltre, i mutamenti del sistema climatico globale avranno gli effetti più dirompenti proprio sui paesi meno sviluppati, compromettendo le basi esistenziali di ampie parti della loro popolazione: ciò contribuirà a rendere ancora più accentuate le disuguaglianze tra paesi ricchi e paesi poveri.

È dunque urgente operare profondi cambiamenti nel modello di sviluppo globale e dei singoli paesi, con una drastica riduzione del consumo di combustibili fossili tramite l’adozione di energia rinnovabile, nonché una rapida avanzata della green economy (da qui lo stretto collegamento con l’SDG 7 “Energia pulita ed accessibile”).

I target nell’ambito dell’SDG 13 prevedono:

  • rafforzare la resilienza e l’adattamento alle catastrofi naturali provocate dai mutamenti climatici;
  • integrare le misure di contrasto ai cambiamenti climatici nei piani e nelle politiche nazionali;
  • promuovere la diffusione dell’istruzione e della sensibilizzazione ai temi del cambiamento climatico;
  • attuare la promessa dei Paesi più sviluppati di aiutare economicamente i Paesi in via di sviluppo ad adattarsi e mitigare i mutamenti climatici: l’obiettivo è di mobilizzare in tal senso 100 miliardi di dollari l’anno dal 2020 (UNFCCC).

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L’SDG successivo, il 14, riguarda nuovamente l’ambiente: "Vita sott’acqua"

Obiettivo 14: Conservare e utilizzare in modo durevole gli oceani, i mari e le risorse marine per uno sviluppo sostenibile

Da Pixabay

Se davvero ci attenessimo ai numeri, il nostro pianeta, anziché Terra, dovrebbe chiamarsi Oceano: infatti, circa il 71% della superficie terrestre è coperta d’acqua e circa il 96,5% di quest’acqua è contenuta nell'oceano globale.

Gli scienziati hanno ipotizzato che la vita sulla Terra abbia avuto origine molto probabilmente nel mare; non solo, nel corso delle ere geologiche in esso è stato generato gran parte dell'ossigeno necessario per l’evoluzione di forme di vita aerobie anche sulla terraferma. Il fitoplancton, che vive nelle acque superficiali dell'oceano, produce ossigeno attraverso la fotosintesi e gran parte di questo ossigeno viene rilasciata nell'atmosfera. Dunque, dobbiamo all’oceano lo stesso ossigeno che respiriamo.

Gli oceani fungono da termostato terrestre, assorbendo una parte significativa della radiazione solare che arriva sulla superficie terrestre e mitigando le perturbazioni al sistema climatico causate dalle attività umane: circa il 90% dell’aumento di temperatura prodotto dai gas climalteranti è stato assorbito dagli oceani (Von Schuckmann et al., 2020), così come il 30% dell’eccesso di CO2. In generale, il continuo scambio oceano-atmosfera di acqua, carbonio e ossigeno e il loro stoccaggio rendono l’oceano un regolatore chiave del meteo e del clima su scale di tempo che vanno da minuti a millenni.

Se gli oceani non avessero assorbito parte del calore e della CO2 in eccesso, oggi la temperatura media dell’atmosfera sarebbe ben maggiore di quella attuale. L’assorbimento di calore ed anidride carbonica ha portato però a due gravi conseguenze: riscaldamento ed acidificazione delle acque.

Riscaldamento degli oceani

Negli ultimi decenni, si è registrato un forte aumento di temperatura delle acque marine dei primi 200-300 metri di profondità (la cosiddetta zona epipelagica), con gravi conseguenze per gli ecosistemi e la fauna acquatica (estinzione di alcune specie, migrazione verso Nord di altre, insediamento di specie aliene) e con l’aumento del livello del mare dovuto all’espansione termica dell’acqua.

Innalzamento livello del mare in mm rispetto alla media 1993-2008 (NOAA)

L'aumento delle temperature del mare è alla base del fenomeno dello "sbiancamento dei coralli": quando l'acqua è troppo calda i coralli espellono le alghe che vivono nei loro tessuti e diventano bianchi. Negli ultimi vent’anni abbiamo già perso la metà delle barriere coralline e siamo destinati a perderne fino al 90% entro i prossimi vent’anni.

Dal 1901 al 2020, il livello del mare è aumentato di circa 20 cm, con una media di 3 mm l’anno (di 4.8 mm negli ultimi anni dal 1990), non solo a causa dell’espansione termica, ma anche e soprattutto per la fusione parziale delle calotte glaciali di Groenlandia e Antartide e dei ghiacciai alpini.

Le proiezioni mostrano che questo aumento non si fermerà nemmeno nello scenario di contenimento del riscaldamento globale ben al di sotto dei 2°C, come previsto dall’accordo di Parigi, raggiungendo i 30-60 cm circa entro il 2100. Se le emissioni di gas a effetto serra continueranno invece senza sosta, l'aumento sarà compreso tra 60 cm e 110 cm sempre entro il 2100. Tuttavia, negli scenari peggiori, considerando anche il possibile contributo di instabilità nella calotta Antartica, si prevede un aumento fino a 2 metri dall’inizio alla fine del ventunesimo secolo, con conseguenze estreme per ben un ottavo della popolazione mondiale, che già oggi vive ad altitudini inferiori ai 10 m.

Contributi all’innalzamento del livello del mare, in blu l'aggiunta di acqua, in rosso l'espansione termica. I valori mostrati indicano la variazione del livello del mare in mm rispetto alla media 1993-2008 (NOAA)

Un’altra conseguenza dell’aumento della temperatura degli oceani è l’intensificarsi dei fenomeni estremi, quali uragani o trombe d’aria:un uragano si alimenta, infatti, con il calore che incontra sulla superficie del mare, raccogliendo tanta più energia ed umidità, e rinforzando così i propri effetti distruttivi, tanto più la superficie del mare è calda.

In base alla legge fisica di Clausius-Clapeyron, inoltre, per ogni aumento di temperatura di 1°C, l’atmosfera aumenta la propria capacità di trattenere vapor d’acqua del 7%, dando luogo a precipitazioni più intense.

Acidificazione delle acque

A causa dell’enorme quantità di anidride carbonica in sovrappiù che si è sciolta nel primo strato delle acque marine, si assiste al fenomeno dell’acidificazione dell’oceano.

L’aumento dell’acidità mette in pericolo gli ecosistemi marini e riduce la capacità dell’oceano di assorbire CO2, facendo venire meno il suo importantissimo ruolo di mitigazione dei cambiamenti climatici.

Bleached corals

Ruolo economico e sociale degli oceani

Gli oceani svolgono un ruolo fondamentale anche per lo sviluppo sociale ed economico del pianeta.

Più di 3 miliardi di persone dipendono dalla biodiversità marina e costiera per il loro sostentamento; il pesce fornisce il 20% di proteine animali. Le industrie ittiche marine danno impiego, direttamente o indirettamente, a più di 200 milioni di persone.

Purtroppo, l’eccessiva ingerenza umana ha prodotto una drastica riduzione della fauna ittica, a causa dell’utilizzo massiccio della pesca intensiva (cosiddetto “overfishing”) o condotta con tecniche distruttive, come quella a strascico, che impediscono la rigenerazione delle specie marine. Oggi, la pesca industriale occupa oltre la metà della superficie oceanica mondiale, un’estensione enorme, che corrisponde a circa quattro volte l’area destinata all’agricoltura nel mondo.

I prodotti della pesca sono sempre più richiesti nell’alimentazione umana, ma il pesce diminuisce ed è sempre meno sano: la percentuale di stock ittici biologicamente sostenibili è diminuita in 40 anni dal 99% (1974) al 67% (2015).

La plastica

Da ultimo, ma non meno importante, ricordiamo il problema della plastica.

Dalla metà del secolo scorso sono stati prodotti 8 miliardi di tonnellate di plastica e il 90% non è mai stato riciclato. Questa enorme quantità di materiale è stata dispersa nell’ambiente, nelle discariche o nei fiumi, attraverso i quali è arrivata (e continua ad arrivare) negli oceani: si stima una cifra di oltre 9 milioni di tonnellate che finiscono ogni anno in mare, cifra che, senza interventi, potrebbe quasi raddoppiare fino a raggiungere i 17 milioni di tonnellate all’anno entro il 2025.

Nel 1980 venne scoperta nell’oceano Pacifico un’impressionante “isola di plastica”, il Pacific Trash Vortex (o Great Pacific Garbage Patch) dalle dimensioni enormi: tra i 700 mila e i 10 milioni di chilometri quadrati, grande quanto la Penisola iberica o gli Stati Uniti. In realtà, oltre a questa isola, ce ne sono altre 4 sparse nel Pacifico e nell’Atlantico, la cui locazione è determinata dalla disposizione delle correnti marine.

Particolarmente pericolose sono le microplastiche: i frammenti di plastica più piccoli di 2 millimetri che vengono ingeriti dalla fauna marina, entrando direttamente nella catena alimentare fino all’uomo. Ancora non se ne conoscono con certezza gli effetti sulla salute.

da Pixabay

Leggi anche: Plastiche e microplastiche in Mari e Oceani: qualche informazione ed una infografica di sintesi

I target dell'SDG 14

La comunità internazionale si è notevolmente mobilitata per la salute dell’oceano: il 2021-2030 è stato proclamato il “Decennio delle Nazioni Unite sulla scienza oceanica per lo sviluppo sostenibile”.  

L’Agenda 2030 prevede i seguenti traguardi per il 2030:

  • ridurre l’inquinamento marino di tutti i tipi;
  • combattere l’acidificazione;
  • aumentare il numero di Aree Marine Protette e salvaguardare gli ecosistemi marini e costali;
  • regolamentare la pesca, in modo da combattere quella intensiva e/o illegale; sostenere la pesca a piccola scala e sostenibile;
  • supportare i Paesi in via di sviluppo nell’utilizzo sostenibile delle risorse marine.

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Nell’ultimo articolo della serie approfondiamo l’ultimo SDGs relativo all’ambiente nell’ordine indicato dalle Nazioni Unite: "Agenda 2030: gli obiettivi Ambientali di sviluppo sostenibile. SDG 15 – Vita sulla Terra".

ET per Rete Clima


Fonti: ONU - The Sustainable Development Goals Report 2020 e 2019: Goal 13 e Goal 14