Le bufale sul clima: una storia di consapevoli menzogne e di disinformazione

Le bufale sul clima: una storia di consapevoli menzogne e di disinformazione

Qualche giorno fa il Corriere della Sera ha pubblicato un’analisi di Milena Gabanelli incentrata sul tema delle bufale relative ai cambiamenti climatici.

La giornalista si è avvalsa dell’aiuto degli esperti di Climalteranti.it, un portale che da anni è impegnato nella lotta alla disinformazione climatica, e ha presentato le più comuni bufale sul clima, i loro autori e l’origine dei finanziamenti che le sostengono.

Si tratta di un tema già molto discusso su questo sito, data la necessità di fare chiarezza su una serie di "falsità climatiche" che confondono i cittadini e rallentano l'azione di contrasto al riscaldamento climatico globale.

Un po' di storia (climatica)

I primi report dell’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change, la massima autorità mondiale nella scienza dei cambiamenti climatici) già nei primi anni '90 mostravano chiaramente le origini antropiche del cambiamento climatico: in realtà la certezza non risale a questo periodo, già diversi studi negli anni '80 lo dimostravano (si veda a seguito).

Ma è dagli anni '90, quanto la relazione uomo-riscaldamento climatico diventa di dominio pubblico, che le industrie che più di tutte contribuiscono alle emissioni climalteranti (in primis le Major dell'oil&gas, che producono i combustibili fossili) hanno speso miliardi di dollari in campagne di disinformazione mirate a confondere l’opinione pubblica, seminando dubbi ed obiezioni infondate che sono state riprese anche da quotidiani autorevoli (quali il Wall Street Journal e il New York Times) e da emittenti televisive come Fox News.

Il Corriere riporta che fra il 2003 e il 2010 queste organizzazioni hanno ricevuto dalle major fossili più di 900 milioni di dollari all’anno di finanziamenti.

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Bufale sul clima: "opinioni” interessate

L’industria fossile ha finanziato singoli scienziati, giornali ed emittenti televisive, ha fondato o supportato think-tank e siti-web di (dis)informazione. Milena Gabanelli presenta diversi esempi e, fra gli altri, cita uno studio dell’organizzazione InfluenceMap, secondo il quale soltanto nel periodo 2016-2019 «le cinque maggiori aziende di gas e petrolio (ExxonMobil, Royal Dutch Shell, Chevron, British Petroleum e Total) hanno investito più di un miliardo di dollari per le campagne di disinformazione sul clima».

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Grafica di Corriere.it

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Grafica di Corriere.it

Nel giugno 2019 in Italia, 83 persone hanno inviato una “Petizione sul riscaldamento globale antropico” ai Presidenti della Repubblica, del Consiglio, della Camera dei Deputati e del Senato, ricevendo grande attenzione mediatica: in essa veniva pretestuosamente contestato “l’allarmismo climatico” e negata l’esistenza di alcuna crisi o urgenza.

Proprio Climalteranti.it aveva smontato le bufale contenute nella lettera, mostrando come la stragrande maggioranza dei (pochi) firmatari non fosse affatto competente nella scienza del clima. Non solo, questa petizione ne prendeva a modello un’altra del 1997 il cui promotore, il fisico Frederick Seitz, aveva legami con le industrie del fossile e del tabacco.

Bufale sul clima: il metodo

In effetti, il metodo adottato è simile a quello utilizzato proprio dall’industria del tabacco: diffondere teorie mirate a screditare le evidenze scientifiche non in maniera fattuale e legittima, ma piuttosto tramite una “strategia del dubbio”. Il fine è quello di far apparire la comunità scientifica divisa e l’argomento ancora dibattuto e oggetto, per l’appunto, di dubbi anche fra gli scienziati stessi.

Quale senso avrebbe allora intraprendere un enorme sforzo di "prevenzione climatica" se nemmeno gli esperti fossero concordi sull’esistenza del pericolo climatico?

Per supportare tali insinuazioni, vengono spesso isolati pezzi incompleti di verità scientifica, fenomeno conosciuto col termine “Cherry picking” (“raccogliere le ciliegie”, solo quelle migliori per se stessi, lasciando le meno gradite).

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Fonte: Pixabay/klimkin

Questa tecnica è ben esemplificata dalla diffusa bufala secondo la quale variazioni di intensità dell'attività del Sole sarebbero la causa principale del riscaldamento globale: in realtà, se da una parte l’attività solare ha sicuramente una rilevante influenza sul clima terrestre, dall’altra il monitoraggio di tale attività dimostra come oggi essa dovrebbe produrre una tendenza al raffreddamento.

Non solo, la parte più bassa dell’atmosfera si sta scaldando, mentre quella più in alto si sta raffreddando: ciò è contrario a quanto si osserverebbe se il Sole fosse causa del riscaldamento (si riscalderebbero entrambe) e concorde a ciò che accadrebbe – e accade – per effetto dei gas serra.

Di seguito un grafico che illustra il (nullo) contributo dei fattori naturali al riscaldamento climatico (la linea nera è il riscaldamento climatico reale, misurato, le linee colorate sono il contributo dei fattori naturali)

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Fonte: Bloomberg su dati Nasa (2016)

Bufale sul clima: la premeditazione

La portata della truffa perpetuata dalle major fossili è dimostrata da quanto trapelato alla stampa riguardo a Shell e ad Exxon Mobil: già negli anni 80’ (1982 per i documenti della Exxon, 1988 per quelli Shell) i tecnici delle due multinazionali avevano formulato previsioni – tenute accuratamente segrete – circa la crescita delle concentrazioni di gas serra ed il conseguente aumento della temperatura globale.

Tali previsioni si sono rivelate molto, molto accurate: il grafico sotto mostra la concentrazione di anidride carbonica in atmosfera al 2020 pari a circa 420 ppm (la concentrazione media annuale del 2020 è stata di 414 ppm) e un aumento della temperatura rispetto al 1982 di circa +1°C rispetto al periodo pre-industriale, in sostanziale accordo con quanto è realmente accaduto.

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Grafico da documento interno di ExxonMobil, 1982. Sull'asse delle ascisse il tempo, su quello delle ordinate a sinistra la concentrazione di anidride carbonica in atmosfera [ppm], curva sopra, a destra l'aumento di temperatura medio dal 1982 [°C], curva sotto. Fonte: Guardian

Se quindi privatamente le multinazionali del settore Oil&Gas riconoscevano la validità della scienza dell’epoca e confermavano la connessione della loro attività con il riscaldamento globale, pubblicamente invece la negavano.

Di fronte a queste evidenze ci viene da pensare: chi può smentire i negazionisti meglio dei negazionisti stessi?

Uno spazio di manovra sempre più ristretto per le bufale sul clima

La strategia negazionista nel tempo si è modificata, seguendo la sensibilità dell’opinione pubblica, adattando l’oggetto del dubbio in base all’evolversi della consapevolezza pubblica e la verso determinati argomenti. Inizialmente le fake news cercavano di screditare l'esistenza stessa dei cambiamenti climatici, sostenendo ad esempio che i dati di temperatura presentassero dei bias (errori); in seguito, una volta che il climate change si è affermato quale realtà evidente, hanno iniziato ad affermare che il riscaldamento globale non fosse attribuibile all’uomo ma piuttosto a "forzanti naturali" da esso indipendenti.

Oggi, come afferma Stefano Caserini, professore di Mitigazione dei Cambiamenti Climatici al Politecnico di Milano e fondatore di Climalteranti.it, sono costretti a limitarsi sostenendo solamente che fosse ormai troppo tardi per intervenire.

(leggi: "Le 5 fasi del negazionismo climatico")

Dibatti (s)bilanciati e nuovi strumenti

D’altra parte, instillare il dubbio è estremamente facile, infinitamente più facile del provare una verità scientifica.

La verità scientifica, supportata da migliaia di studi pubblicati su riviste scientifiche peer-reviewed (ogni articolo è cioè sottoposto a rigidi controlli prima di essere pubblicato) è stata fin troppe volte rappresentata, ad esempio nei dibattiti televisivi, da un solo scienziato.

E uno scienziato ha fin troppo spesso rappresentato l’altra parte, proponendo il dubbio creato ad arte dalle multinazionali del fossile: il confronto uno a uno, purtroppo, non rende affatto ragione di quella che è la reale proporzione di “consenso” (basato sui fatti, non sulle opinioni!) all’interno della comunità scientifica.

Nel 2014 John Oliver mostrò visivamente come un equilibrato dibattito televisivo dovesse essere condotto (a seguito il video, consigliatissimo), con il 97% degli scienziati del clima sosteneva l’origine antropogenica del global warming ed il restante 3% che affermava pretestuosamente il contrario.


3 contro 97: Last Week Tonight with John Oliver, HBO

Oggi, come sottolineato da Stefano Caserini, più del 97% della comunità scientifica è unanime su questo punto. Non solo, il cambiamento climatico ha già mostrato in modo estremamente tangibile i suoi effetti, anche nel nostro paese: ondate di calore, fenomeni precipitativi estremi e siccità sono ormai sempre più frequenti. Di fronte all’evidenza, i negazionisti non hanno solo cambiato narrazione (viva la coerenza) ma anche mezzo di comunicazione, abbandonando i canali ufficiali, quali le testate giornalistiche più autorevoli, e iniziando a popolare il web.

Esempio lampante della potenza della disinformazione sul web è quello, riportato dal Corriere, dei 6,5 milioni di Tweet sulla crisi climatica che hanno preceduto e seguito l’uscita degli Stati Uniti dall’Accordo di Parigi sotto Trump: secondo uno studio della Brown University circa un quarto è stato generato da programmi automatici.

A supporto dell’evidenza scientifica, finalmente qualcosa si sta muovendo anche nei territori più fertili per i negazionisti, i social network: come riportato dal Corriere, dal 2020 Facebook ha ideato il “Climate Science Information Center”, piattaforma che segnala le bufale sul clima postate dagli utenti e invita a consultare fonti ufficiali e affidabili come l’IPCC. 

Nello stesso anno, il più influente negazionista è stato sconfitto da un fermo sostenitore della scienza, Joe Biden, e oggi gli Stati Uniti sono di nuovo nell’Accordo di Parigi. Forse, finalmente, qualcosa cambierà anche sul fronte della disinformazione climatica.

ET e PV per Rete Clima

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